martedì 31 gennaio 2017

Il vecchio che regalava la cioccolata di Dio - Prima parte -

I mesi a tema di Ispirazione&Co. sono l’altro evento della blogsfera che non vorrei perdermi mai. Oggi, per l’appunto, scade il mese dedicato al Cioccolato. Si può essere così folli da lasciarsi sfuggire uno spunto così ghiotto? Ecco, è per questo che pur non avendo terminato il mio consueto racconto “a tema”, ho deciso di pubblicarlo a puntate, in modo che almeno la prima parte rientri regolarmente nel mese di appartenenza. Il seguito arriverà, giusto il tempo di trascriverlo dall'immaginazione alla parola.


Il “Vecchio che regalava la cioccolata di Dio” è come sempre un raccontino senza pretese, una di quelle favole in cui adoro perdermi e che scrivo per piacere personale, un po' per non smettere di sognare, un po' per rievocare storie e strani personaggi che vagano come nuvole nel cielo della mia infanzia, un po' per dare vita ad un mondo interiore che poi rappresenta le lenti attraverso le quali io vedo il mondo fuori.

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IL VECCHIO CHE REGALAVA LA CIOCCOLATA DI DIO
(prima parte)

 Beniamino era pazzo. In paese lo sapevano tutti. Nessuno, tuttavia, era al corrente del perché lo fosse diventato. Molti dicevano che fosse impazzito a causa di una donna conosciuta durante il suo lungo peregrinare da giovane, altri asserivano che avesse perso il senno a furia di studiare sui libri, solo e segregato nella vecchia casa padronale, lì, nel quartiere delle Tredicicase

- Però è buono… - raccontavano di lui le persone. - Certo, ci sono state le volte che ci è andato giù di bastone... Come quando ha messo a posto il figlio del sindaco e i suoi compari che se la spassavano a martoriare il figlio storpio della vedova Gialluzzi, ma sa Dio se quei gradassi se lo meritavano... Ah, se se lo meritavano... E quante volte, quante volte ha dato dei buoni consigli a chi non trovava pace, consigli assennati, che con i pazzi non hanno nulla a che vedere, di quei consigli, insomma, che rimettono in sesto le famiglie… - .

Strambo, però, era strambo, Beniamino. Spesso lo si vedeva sporgere dal terrazzo di casa, paonazzo e col braccio teso, come il Battista poco prima di annunciare l’apocalisse. Urlava e urlava, cose senza senso, come tutte quelle cose che urlano i pazzi e che non hanno un vero significato.

 Diceva:

- Venite, venite, Dio mi ha parlato, mi ha detto che siete inutili, che non vedete la vita che passa, che non vedete il prossimo, che non vedete voi stessi... Dio mi ha detto che non dite mai grazie e che mandate affanculo la felicità… Disgraziati… Disgraziati... Però Dio è buono, mi ha dato la sua cioccolata… Venite! Ho la cioccolata di Dio, per voi… -.

E siccome era noto che Beniamino distribuisse la migliore cioccolata che si fosse mai vista sulla faccia della terra, grandi e piccini accorrevano e si lasciavano benedire dai quadretti avvolti nella carta stagnola, sorridendo di quel vecchio che con le sue stramberie addolciva ed allietava loro le giornate.

 Erano gli anni della nascita del televisore a colori, del telefono fisso che in pochi potevano vantare, del servizio militare di leva obbligatorio e dei pacchi che arrivavano principalmente con la posta comune. A tal proposito, sulla provenienza della cioccolata di Beniamino era stato più volte interrogato Sasà, il postino. – I pacchi con la cioccolata arrivano da fuori, dall'estero – aveva spiattellato ai quattro venti il portalettere, aggiustandosi il berretto come a voler sottolineare l’enorme responsabilità che derivava dalla sua posizione. – Sul bene di mia madre che i timbri sono della Francia, di una città che mò non ricordo… Eh, ne vedo così tante di lettere e di pacchi, se dovessi ricordarmeli tutti… 

- Ma i pacchi, chi li spedisce…? – aveva insistito la gente.

- E che ne so, il mittente sempre anonimo risulta… -. 

In verità, i pacchi con la cioccolata arrivavano a Beniamino da Molsheim, una piccola località dell’Alsazia, vicino a Strasburgo. Ma non è ancora il tempo di spiegare chi e perché li mandasse. C’è invece da dire che nell'estate in cui la cioccolata continuava ad arrivare puntuale ed abbondante come sempre, due fatti accaddero a cambiare le sorti delle famiglie ed il susseguirsi degli eventi nel quartiere delle Tredicicase. Teresa, madre di Francesca Scandriglia, giovane tra le più belle e gentili che il circondario avesse mai ricordato, si fece installare dalla SIP il telefono a casa, negli stessi giorni, Pasquale Mariotti, appena diciottenne, partì per il servizio militare.

 Apparentemente, le due questioni non erano in alcun modo collegate, non fosse che Pasquale e Francesca si erano segretamente fidanzati poco prima che il ragazzo ricevesse la chiamata alla leva, giurandosi fedeltà e amore eterni giustappunto sotto la statua del Milite Ignoto. 

Pasquale venne spedito in un contingente al nord, su, su, tra le alture del Biellese. Gli amici si complimentarono per la fortuna che aveva avuto ad aggiudicarsi un posto così bello e ricco di nuove opportunità. I familiari e la sua amata si rassegnarono, invece, alla paziente attesa dello scorrere di quell'anno che avrebbe visto il giovane diventare un uomo, pur lontano dalla propria terra e dai propri affetti. 

Solo il neo soldato non si convinse della faccenda. In parte, a causa dell’aria rarefatta di montagna che tendeva ad ossigenargli l’organismo in maniera eccessiva e ad aumentare i pensieri, in parte, per via di quell'anno da regalare alla Patria senza che ci fosse stato un vero slancio di generosità da parte sua, il poverino si fece persuaso che il servizio militare, lui, non lo voleva fare. 

Da quel momento, il telefono della famiglia Scandriglia incominciò a squillare ad ogni ora del giorno e della notte. 

- Pasquale… Pasquale… - mormorava Francesca, stringendosi timorosa all'apparecchio. – Non chiamare tutte queste volte… Che mio padre se si accorge di noi mi spezza le gambe… 

- Francesca, io qua non ci voglio stare… Voglio tornare da te, io qua non ci voglio stare… - cantilenava Pasquale dall'altro capo del filo. – E a tuo padre digli che chiamo per parlare con mia madre… Anzi, fai una cosa, valla a chiamare mia madre, vai… 

 Francesca sospirava, lasciava la cornetta di lato, poggiata come una reliquia sul centrino di pizzo bianco, e partiva di gran carriera lungo la strada delle Tredicicase, oltrepassando di volata la chiesa di Santa Egidia, il bar Cozzopaglia, la casa di Beniamino il pazzo, la bottega di comare Nunzia, per arrivare infine davanti all'abitazione dei Mariotti. 

- Maria… - riusciva a dire la ragazza, con un filo di voce. – Maria, Pasquale al telefono… - . 

E le due donne ripartivano macinando all'inverso lo stesso tratto di strada, come la Madonna e Maria Maddalena che si apprestano all'incontro con Gesù risorto nel giorno di Pasqua.

(fine prima parte)

Questo post partecipa alla raccolta
 Cioccolatosa di Gennaio 

  

venerdì 27 gennaio 2017

INSIEME RACCONTIAMO 17 - by Myrtilla's House



E dopo l'assenza indefinita di non so quanti mesi, rieccomi all'appuntamento con INSIEME RACCONTIAMO, ideato dalla mitica Patricia e targato sempre Myrtilla's House.

Il regolamento lo trovate come di consueto da Pat.

Di seguito l'incipit ed il mio finale di Insieme raccontiamo 17

che per conto mio ho voluto intitolare:

LA SUPERSCANTATTRUPPOLA GIBBOSA

(Incipit)

Era l’alba. Gli piaceva scendere in spiaggia a quell’ora. In giro non c’era ancora nessuno perché i vacanzieri erano andati a dormire da poco.

Il silenzio interrotto solo dalla voce del mare lo rasserenava.

Girovagando, aveva oltrepassato il promontorio. In una piccola baia seminascosta l’aveva trovata.



(Il mio finale)

Si ergeva da una vecchia barca arrugginita arenata sulla sabbia e venuta chissà da quale tempo. Ne poteva scrutare le spalle, avvolte in una sorta di manto azzurrino.
 - Chi sei... la fata turchina? - chiese con una certa emozione nella voce.
La figura si voltò lentamente. Era scura, scura, con l'espressione risoluta di chi sa il fatto suo. - Belìn, ti sembro la fata turchina?... Ma non vedi che occhiaie che c'ho?... E non ti sto a raccontare l'ultimo periodo, sveglie all'alba, giornate a destra e a manca per risolvere mille impicci... Guarda che m'erano pure finite le idee, che credi... Ah, ma io sono una tosta, non ti illudere... - . Proruppe in una fragorosa risata, per poi rabbuiarsi all'improvviso. - Che stavo dicendo?... Oddio devo scrivere un post, linkare una foto, partecipare a un contest... Come sono stressata!... E felice... Felice e stressata, stressata e felice... Ma cerca di capirmi, sono una gemelli, una me insegue un'altra me... Una roba da panico... Capisci? -. Rise ancora, nel bel mezzo di un pianto disperato. L'uomo si asciugò i palmi umidi sui pantaloni. Era sconvolto. 
- Senti un pó, Adamo... - fece lei ricomponendosi.
- Ehm... veramente mi chiamo Guido.
- Non interrompermi, Adamo! E ringrazia per averti dato la possibilità di esistere in questo racconto per mano di quella sciagurata che è sparita per mesi... ME-SI, dico!... Ma si fa CO-SÌ?... Comunque, a te, Adamo, uomo medio e ignaro della vita che conduci, oggi affidiamo una missione importante...
- … Signora, ascolti, penso che lei abbia sbagliato persona...
- Zitto! Già ho perso fin troppo tempo, meno male che l'altra me aveva programmato un post dall'anno scorso giusto per oggi… Dicevo, da questo momento, noi tutti, ti affidiamo il più alto dei compiti...
- ... ?
- Devi cercare la cosa di tutte le cose, l'unica che ti farà vedere, l'unica che darà un senso...
Guido/Adamo venne attraversato da un brivido. Si ripromise che a cena non avrebbe mai più mangiato la trippa.
La figura ammantata sovrastò la vecchia barca con il manto ora di un azzurro più acceso.
- Devi trovare la… SUPERSCANTATTRUPPOLA GIBBOSA! - tuonó.
Poi, una folata di vento se la portò via. Nell'aria ancora l'eco del suo sinistro proclama. 
- Ricorda, Adamo, la superscantattruppola gibbosa...

martedì 24 gennaio 2017

Sgomento, paura, speranza: la guerra nel Centro Italia

Dal 24 agosto 2016, la terra non ha mai smesso di tremare.

Io non avevo mai sentito il terremoto in vita mia, neppure da bambina, in Sicilia o in Calabria, quando nelle notti d’estate il nonno ci svegliava e diceva u’ terramotu, u’ terramotu, e scappavamo in campagna, con la gente che si riversava in strada, atterrita. U’ sentisti, l’hai sentito il terremoto…? Io dicevo di sì, ma in verità non avevo sentito o visto nulla, né il tremolizio del letto, né le vibrazioni delle pareti, né il movimento anomalo dei lampadari. Per me quelle gite notturne rappresentavano semplicemente una festa.

Dal letto della mia casa in provincia di Roma, non ho sentito il terremoto neppure la notte del 6 Aprile del 2009, quando L’Aquila venne distrutta e morirono centinaia di persone. Il Consorte, allora fidanzato, aveva preso a scuotermi con forza nel sonno, farfugliando di scosse e di terremoti, ed io avevo pensato che non potevo sposare un uomo così agitato e con simili disturbi dell’attività onirica, e mi ero rimessa a dormire.

La prima volta che ho avvertito chiaramente un terremoto è stato lo scorso 30 Ottobre. Rammento di essermi svegliata con un rumore sordo nelle orecchie, come di un boato in sottofondo, e di essere rimasta sconcertata dal fatto che nonostante la stanza fosse inondata della luce abbagliante del sole del mattino che filtrava come sempre dalle persiane, il letto tremasse, e che tremassero il pavimento, le mensole, le ante degli armadi, le porte. C’era il sole ma tremava e scricchiolava tutto. C’era il sole e c’era pure il terremoto: la mente ci aveva messo più di qualche istante ad accettarlo. Mi si era strozzata la voce in gola, avevo afferrato i bambini e mi ero precipitata fuori, ripescando dai ricordi il tono concitato del nonno che ci spronava a muoverci verso i campi.

Solo dopo ho realizzato che noi, pur vivendo ad appena un centinaio di chilometri da Rieti, siamo sufficientemente lontani dagli epicentri identificati, tanto da consentirci di avvertire nettamente le scosse come onde concentriche di un sasso lanciato in acqua,   senza, fortunatamente, essere protagonisti della devastazione che ha colpito migliaia di vite in tutto il Centro Italia.

Ma ad ogni scossa la sensazione di scompenso interiore è sempre identica. Il terrore, l’angoscia, la paura, attanagliano lo stomaco. Il pensiero vola a chi è meno fortunato, a chi ha già perso tutto e comunque non impietosisce la Natura che prosegue incurante nelle sue danze sfrenate e starnutisce freddo e neve, scrollandosi di dosso gli uomini come fossero moscerini.

Chissà perché quando la sofferenza è più vicina assume dei contorni netti ed un peso maggiore. Forse perché l’essere umano porrebbe fine alla vita stessa se quotidianamente dovesse reggere il fardello del dolore del mondo che urla da ogni angolo del pianeta.

In questi giorni la sofferenza dista un centinaio di metri da casa mia, nella saracinesca chiusa di una pasticceria. Giampaolo, il proprietario, e la moglie Valentina si trovavano all’hotel Rigopiano nel momento in cui la valanga si è abbattuta sulla struttura. Lui è tra i superstiti, di lei ancora nessuna traccia. Avevano lasciato la figlioletta di cinque anni ai nonni, per trascorrere qualche giorno romantico sulla neve. Non eravamo amici, ma in pasticceria ci ho preso il caffè, ci ho comprato le paste. 

Umanità che si intreccia ignara del destino di ciascuno. Se solo fossimo sempre più attenti a lasciare un sorriso, a scambiare una parola, ad elargire tracce di buono ogni giorno che, come la più grande delle ricchezze, ci viene concesso.

Sì, in questi giorni la sofferenza ha lo sguardo smarrito della bimba di Giampaolo e Valentina che ricordo giocare nel locale e che starà di sicuro aspettando la mamma e il papà, ed ha il profilo di quegli altri bambini, sepolti vivi e rinati miracolosamente dall'utero gonfio di detriti di un mostro arenatosi sotto la neve. In questi giorni la sofferenza è tutte quelle storie di persone, madri, padri, figli, fratelli, fidanzati, di cui fino a circa una settimana fa ignoravamo l’esistenza e da cui veniamo bombardati senza possibilità di sottrarci, perché sottrarvisi equivarrebbe al delitto di disconoscere.

Un tizio in televisione ha detto che è come se il Centro Italia si trovasse in guerra. Non ho idea se il paragone sia appropriato, ma credo fermamente che dietro ad ogni guerra ci sia la piena responsabilità dell’uomo.

Allora la speranza è che l’uomo impari dai propri errori, che le polemiche lascino il posto alla solidarietà ed all'opera di ricostruzione, che la vita umana riacquisti dignità e protezione, che nessuno debba più sentirsi abbandonato dalla stato e dalle istituzioni in un paese che si proclama civile, che nessuna abitazione, nessuna struttura possa trasformarsi in un tomba per chi la abita solo perché costruita male o perché è sorta dove non doveva sorgere.

La speranza è che Valentina possa essere l’altro miracolo, insieme a tutti coloro che ancora non sano stati estratti dalle macerie dell’hotel che doveva regalare un sogno a chi vi si era rifugiato. 

Il mio di sogno è che tutto non sia ancora perduto, che la vita possa ancora trionfare, li dove la morte ha comunque già spezzato numerose vite ed altrettante numerose famiglie.

Giampaolo e Valentina

Rigopiano


giovedì 19 gennaio 2017

Anno nuovo… vecchio blog (con qualche modifica personale)

L’anno che è appena trascorso è stato uno dei più faticosi. Gli ultimi mesi, in particolare, sono planati in velocità su una tale accozzaglia di peripezie e preoccupanti contrattempi che stargli dietro è stato come ordinare a bruciapelo ad un centometrista di fare una campestre di tre chilometri in un giorno di pioggia.

Ma chi è che non attraversa momenti difficili? La vita perderebbe di gusto se fosse sempre cosparsa dell’aroma dolce e speziato della pura e serena felicità. Senza il nero non esisterebbe il bianco, senza la pioggia non si apprezzerebbero appieno il tepore e la gioiosa luminosità del sole.

L’equilibrio delle cose, sono in tanti a sostenerlo, pare sosti all'incirca a metà.

Io ci ho provato. A mantenere l’equilibrio, intendo. In bilico sulla corda sospesa tra il pilastro della fiduciosa positività e del buonumore e quello dell’universalissimo sfankuliziamoilmondointeroalquadrato. A volte pendevo da una parte, a volte sono scattata di piglio dall'altra, ma tutto sommato non direi di essere andata male.

Certo, c’è stato un momento in cui avrei volentieri cambiato ogni cosa, tutte quelle cose che è facile, o quasi, sognare di poter cambiare, macchina, casa, stato, pianeta, come se cambiare tutto potesse in qualche modo essere risolutivo dei problemi che ci affliggono. 

Pure questo blog volevo cambiare, anzi, quando mi ci cadeva il pensiero ero proprio intenzionata a chiuderlo, eliminarlo, sopprimerlo, dargli fuoco. Che dovevo farmene di questo contenitore nato per gioco, mantenuto per divertimento, gestito addirittura sotto pseudonimo perché quando gli avevo dato vita, anni or sono, non avevo idea di cosa avrei mai scritto o detto in un blog, né conoscevo lontanamente il funzionamento della blogsfera, e mi era sembrato fikissimo giocare con il mio nome e cognome per dare forma ad uno di quegli pseudonimi chic da scrittucola, tanto a chi sarebbe interessato?

Invece, con il tempo, le cose, queste cose che in un modo o nell'altro c’entrano con l’equilibrio e più o meno con tutte le faccende delle vita, sono mutate. O meglio, credo che siano andate come dovevano andare, a dispetto del mio iniziale menefreghismo sulla questione. Il blog si è riempito di me, di cose mie, di stralci della mia vita, di scritti che alla fine sono straripati e in alcuni casi hanno seguito la via di altri progetti. Tramite la blogsfera ho conosciuto persone meravigliose, anime gentili e di spessore che hanno colmato la mia esistenza con la loro presenza discreta ma costante, anche e soprattutto al di fuori della vita di blog. Il blog stesso, inizialmente seguito da una manciata di avventori occasionali, è cominciato a piacere a dei lettori fissi e ha preso a fare il giro dei familiari, degli amici di vecchia data, dei conoscenti con cui condivido la stessa passione per la scrittura.

Da quest’anno, pertanto, oltre a riabbracciare il mio adorato angolo di blog con la speranza di non lasciarlo più per così tanto tempo alle intemperie del nulla, ho deciso di apportare un paio di modifiche di carattere strettamente personale.

La prima modifica è relativa al nome del mio profilo. È ovvio che per nessuna ragione al mondo abbandonerò mai il nomignolo di Regina che troppo caro mi è diventato nel corso di questi anni, ma per allineare anche tutte le conoscenze che oramai si alternano su altre finestre social e considerato che alcuni dei racconti presenti nel blog sono stati richiesti e compariranno in altri ambiti con il mio nome e cognome, mi sembra doveroso uniformare in qualche modo l’identità dei contenuti (sia mai che mi colpisca la maledizione del plagio a me stessa).

La seconda modifica consiste nel cambio di immagine. Ebbene, sì, saluto con un pizzico di nostalgia la ragazza in volo sull'altalena sospesa sul mare al tramonto che sin dall'inizio mi ha contraddistinto e che fin troppo ho amato perché mai icona mi ha rappresentato meglio, e metto su una fotina mia. Ma non una foto qualsiasi, bensì una foto scattata a bruciapelo dallo Gnomo la scorsa estate, per l’appunto mentre ero intenta a scrivere. Perché lo Gnomo, a soli quattro anni, è diventato uno smart-phontografo provetto. E non è tanto il numero di foto a raffica che riesce a scattare a tutta la famiglia non appena si ritrova con un cellulare utile alla causa in mano, quanto piuttosto la scelta dei momenti che immortala e la selezione accurata dei colori con un gusto smodato per il bianco e nero a lasciarci in qualche modo sorpresi e interessati.

Allora, perché no, mio figlio, più di chiunque altro, è riuscito a vedermi per quella che sono ed io, con orgoglio, ne approfitto.

E dopo tutti i miei inutili blabbblablà, non mi rimane che la parte più importante:

AUGURARE A CIASCUNO DI VOI, AMICI, UNO SPLENDIDO ANNO

Un anno meraviglioso e indimenticabile, di quelli che regalano ogni Bene e tutto il Bello. 

Ed anche non fosse, ricordate che il Bene e il Bello tornano sempre, tocca solo saperli aspettare o magari, a volte, saperli rimettere in riga a suon di sculacciate: qui, dovete stare Bene e Bello, qui!, e che cavolo…