mercoledì 19 aprile 2017

A Me...

A me che oggi ne sono 38 e non li sento...

A me che in questo giorno mancherà nonna che come ogni anno mi racconta che sono nata in una notte di tempesta e che ho messo fuori prima i piedi; chissà mai dove volevo correre...

A me che anche se è in salita, la vita piace; mi piace oggi più di ieri e sono certa che ancor di più mi piacerà domani...

A me che sono disordinata, distratta, caotica ma che non dico mai un "ti voglio bene" per caso...

A me che sono svampita e arrivo sempre in ritardo, ma che se compio un gesto d'amore lo faccio col cuore e non per avere qualcosa in cambio...

A me che amo ridere e sorridere e che non mi prendo mai troppo sul serio; perchè chi non apprezza l'ironia è destinato all'oscurantismo della stupidità...

A me che rifuggo gli altezzosi, quelli che "ce l'ho io, soltanto io e nessuno osasse rubarmelo"...

A me che basta un romanzo per farmi felice ed una penna ed un pezzo di carta per rendermi entusiasta...

A me che mi nutrirei solo di pizza, gelato e patatine fritte - e nell'esatto ordine -...

A me che starei la notte intera a far baldoria o a scrivere ma non chiedetemi di svegliarmi alle sei...

A me che piango davanti ad un film commovente ma pure davanti al telegiornale che pertanto non guardo mai...

A me che smadonno in macchina nel traffico ma che poi sono l'unica a fermarmi se qualcuno rimane a piedi...

A me che manca la mia terra, e ancora dopo venti anni  mi viene la pelle d'oca se andiamo al bar per il caffè e
 mi dicono "facciamo alla romana"...

A me che se piace una canzone posso ascoltarla a ripetizione cento volte al giorno e per tanti e tanti giorni...

A me che è sempre meglio fare la pace che lanciarsi nelle guerre che portano solo sofferenze, morti e distruzione...

A me che se c'è da bere, beviamo; da brilli si ragiona sicuramente meglio...

A me che con i manuali per crescere i figli ci ho fatto la brace per arrostire la carne, mentre con quello di Morelli su come essere felici le cartine per le sigarette...

A me che il tempo non basta mai, ma provo a spezzettarlo e a regalarne pezzetti autentici...

A me che continuo a credere nell'Amicizia e nel Buono delle persone; nonostante Amicizia e Buono si siano rivelati affari assai complicati...

A me che ogni tanto mi fermo a guardare il mondo e mi incanto di così tanta misteriosa perfezione...

A me che i sogni sono il pane quotidiano e mai smetterò di crederci...

A me, che festeggiare non piace poi tanto ma che per un giorno ho voluto regale qualcosa di Me a me stessa...

A Me, insomma;
questo è per Me.

Un grazie di Cuore alla mia Amica Lore,
per il segnalibro&nonsolo e sopratutto per l'Immenso Amore.



martedì 11 aprile 2017

Amore Fraterno

Tra tredici giorni esatti sarà il compleanno della Principessa. Due anni. Mi sembra ieri. È scontato dirlo. Quasi scontato pensarlo.


La vita si precipita, tocca coglierne scaglie - buone - e farne tesoro.

Due anni, la Principessa. 
Quattro, lo Gnomo.

Spesso li guardo. Me li bevo come limonata fresca sotto al sole nella loro routine di bambini. 

Li ho messi al mondo io. Com'è stato possibile? Sono carne della mia carne, sangue del mio sangue. Dovrebbero essere un proseguimento di me stessa, ma non è così. È veramente un miracolo la loro entità distinta e particolare, già lanciata nel mondo.

Li osservo. Si sono abituati l'uno alla presenza dell'altra, in maniera naturale e spassionata, senza remore. Si cercano, si vogliono, si giocano, si litigano, si baciano. Ancora e ancora. 

È lo Gnomo che porta pazienza, che cede, che abbozza. Difende la sorella a spada tratta, specie quando siamo fuori. 

- Lascia stare mia sorella! - è capace di intimare con piglio sicuro se uno degli infanti del microcosmo bambinesco che siamo soliti frequentare osa soltanto simulare una parvenza di spinta ai danni della pargola.

Lo fa pure con noi, in casa. - Non la sgridate, è piccola -. 

È piccola, lei.

Sorridiamo. Io e il Consorte non abbiamo goduto di simili fortune, non abbiamo assaporato l'ebrezza di crescere in compagnia.

Li guardo, i miei bambini che tanto si amano; e non posso fare a meno di chiedermi cosa ne sarà di tutto questo amore quando saranno grandi, quando l'età adulta prenderà il sopravvento e semplicemente amarsi non basterà più.

La natura umana fa presto ad alienarsi dai legami. Come linfa che va scemando con il trascorrere degli anni, persino l'amore fraterno è destinato ad affievolirsi e spesso a svanire sotto al peso delle impietose recriminazioni che fanno dell'essere umano un grumo di solitaria tristezza.

Li guardo, i miei bambini; e mi dico che se la vita deciderà di dividerli, nulla potrà l'essere cresciuti all'ombra dello stesso albero di pace.

Nulla potrà il loro essere fratelli. 

Nulla potrà il loro legame di sangue. 

O forse, 

...



domenica 26 marzo 2017

INSIEME RACCONTIAMO 19 - by Myrtilla's House


19esimo appuntamento con Insieme Raccontiamo, ideato dalla mitica Patricia Moll e targato Myrtilla's House.

Per il regolamento date sempre un'occhiata sul blog di Patricia.

Per quanto riguarda la puntata di questo Marzo 2017, prosegue la mia intenzione di agganciare tutti gli incipit ed i miei finali ad un'unica trama.

Dunque...

NELLE PUNTATE PRECEDENTI

Guido, spinto da una figura misteriosa comparsa dal nulla su una spiaggia, si è messo alla ricerca della Superscantattruppola Gibbosa. 

Convinto nel suo intento, prende un treno dopo aver salutato la sua fidanzata Gilda che, con le sue chiacchiere ed i suoi modi di fare, gli ha rammentato quanto vuota sia diventata la sua esistenza. 

Ma cos'è questa Superscantattruppola? E, sopratutto, dove cercarla? Guido non ha idea di quali siano le risposte. Una cosa, tuttavia, è certa: indietro non si torna.

Edizione n.19

L'Incipit di Patricia
 Il loro era stato un incontro casuale. Una di quelle occasioni che si verificano una volta sola nella vita.
Il destino aveva fatto tutto da solo. Si erano incrociati e quegli occhi lo avevano ammaliato. Era come se lo avessero invitato a pensare. Quasi a rimestare nel suo passato. E ora...


Il mio finale

"UN BATTITO DI CIGLIA"

Guido si svegliò di soprassalto. Voci dal corridoio riempivano lo spazio calmo e sconosciuto della camera che aveva fermato solo per una notte, solitario e ramingo come quei turisti che appaiono portentosi ma che in realtà vagano senza una meta. 

Quella mattina si era precipitato giù dal treno appena qualche fermata dopo. Dalla provincia alla Capitale. Non era andato lontano. 

Gli era sorto il desiderio imperante di rivederla, di riscoprire quel pezzo di vita che aveva rimandato indietro anni prima, quando la colla ed il peso dei sentimenti lo avevano inspiegabilmente spaventato.

Era forse quella ruggine penosa di cui il cuore si era riempito, la cosa che andava cercando ed il cui nome non riusciva quasi a pronunciare? 

Prese il foglio destinato alle comunicazioni all'albergo e scrisse:

Sono stato in città, oggi. 

Sono stato in città e ti ho cercato, in mezzo alla gente, tra la folla di gambe, braccia, teste... Ti ho cercato ed ho sperato che ci fossi; anche solo per un minuto, per un istante, per un battito di ciglia. In metro ho guardato a lungo, finché non è arrivato il treno e mi ha portato via. Come quel giorno, l'ultimo giorno. 

Avrei tanto voluto rivederti. Ho provato a concentrarmi, ad individuarti: maglietta, jeans, scarpe da ginnastica... Nient'altro, ne sono sicuro. Non puoi essere cambiata tanto da non riconoscerti nei tuoi vestiti, nelle tue movenze.

Ma tu non c'eri. Forse ci siamo persi per pochi attimi, tu eri là un pó prima di me, o un pó dopo. Forse il tizio con la valigia grossa ti ha nascosto al mio sguardo in quel frammento di prospettiva nel quale ti avrei scorto. Forse stavi a sinistra delle panchine invece che a destra, dietro la colonna delle scale mobili: non avrei mai potuto vederti.

O forse, semplicemente, non c'eri. Non ci sei più. Da tempo ormai; gli anni passano e noi non ci siamo: separati dalla vita che scorre e da una città troppo piena, troppo grande.

Non ti ho voluto: un dolore sordo mi opprime il petto. Sempre, ogni giorno. 

Avevi ragione, non dovevamo vivere di rimpianti. Io e te eravamo fatti per la vita: incastrati, combacianti, pezzi unici ad aggancio naturale.

Dove sei? Dove sei, adesso?

Se solo potessi chiederti perdono, per tutto il dolore, per gli sbagli, per la mia codardia.

Dove sei? ... Se solo potessi stringermi ancora una volta, in uno sguardo: uno sguardo soltanto rubato ad un istante di verità."

Posò la penna. L'indomani si sarebbe rimesso in viaggio. La Superscantattruppola non poteva essere in quel rimpianto, in quel dolore assordante di un uomo che in uno sguardo riconosce il passato. Non poteva. O forse sì?




martedì 21 marzo 2017

Il Piacere di Pensare… e il Demone che ci accompagna

Pensare. 

Tutti pensiamo. O almeno così pare. Pensiamo a questo o a quello, tra una faccenda e l’altra, tra una corsa di qua ed una di là.

Pensiamo. 

Ed è una cosa sciccosissima. Perché il pensiero è veramente l’elemento che ci rende unici. Nessuno fino adesso è stato capace di scoprire come decifrare il pensiero dell’ uomo. A meno che non si decida espressamente di esternarlo, il pensiero rimane segreto.

Evviva, evviva. Possiamo continuare a pensare i pensieri nostri in santa pace e senza che nessuno venga mai a sindacarli. 

Il mio prof diceva: La libertà è nel Pensiero.

Non aveva forse ragione?

Ma a qualcosa servirà questo Pensiero, oltre che ad andare sull’ali dorate e a posarsi sui clivi e sui colli.

C’è stato un certo James Hillman - lo stesso Hilman autore de “Il codice dell’anima”- che ha sciorinato tutto il suo dire sul Pensiero in un saggio intitolato “Il piacere di pensare”.

L’intero testo altro non è se non una conversazione tra la filologa Silvia Ronchey, la quale rilancia i temi più conosciuti dello studioso, ed il filosofo stesso ormai anziano

Si parte dal concetto fondamentale e Jung-iano che la psiche non è dentro di noi, ma siamo noi ad essere dentro la psiche, ovvero non è l’anima nel corpo ma è il corpo che passeggia in quel giardino che è l’anima. Lo so, è complicato. Ma provate ad immaginare a tutti i ponti che costruiamo interiormente per superare le difficoltà, o ai prati assolati e verdeggianti di quando siamo felici: il giardino è in effetti la giusta metafora per l’anima. E come ogni giardino, anche l’anima ha bisogno di cure che possono essere praticate attraverso il Pensiero.

Il Pensiero è dunque da considerarsi alla stregua di una pratica, di un allenamento, lo stesso che esercitano i giardinieri o anche gli sportivi. Per meglio dire, il Pensiero è difficile ma provoca piacere: così come ad esempio sciare è difficile e faticoso ma piacevole allo stesso tempo. Ci vuole rigore, insomma. Quello stesso rigore che oggi la nostra cultura rifiuta - “si ritiene che un bambino debba trovare vie facili per imparare, e divertirsi mentre impara” -, così come rifiuta l’accettazione del dolore come un elemento che appartiene all'individuo, che non redime né è causa di una colpa ma da cui semplicemente si può ricavare qualcosa come da qualsiasi altro lato dell’esistenza.

In una società in cui, tuttavia, ci viene richiesto di condurre uno stile di vita maniacale, di stare al telefono, controllare l’email, entrare ed uscire dai supermercati, comprare, correre, cumulare due o tre lavori, acquistare automobili nuove, nuovi vestiti, nuovi computer, non ci è permesso di soffrire, né tanto meno di essere depressi - unico mezzo della psiche per mettere un freno a tutto questo-; i governi e le multinazionali sono piuttosto disposti ad investire in prodotti farmaceutici ed in qualunque forma di ricerca in grado di consentire ai consumatori di proseguire nella loro frenetica attività del consumare.

Vietato soffrire e vietato Pensare: questo ci impone la nostra ricca cultura.

Una lettura interessante e ricca di spunti che spesso riprendo, questa de Il Piacere di Pensare. Un excursus delle principali tematiche toccate dal Maestro durante tutta la sua storia bibliografica ed in cui viene messa ancora in risalto la difficoltà ad accettare il Daimon, ovvero, secondo il mito platonico, il Demone assegnato a ciascuno prima della nascita e che determinerà la “tendenza” dell’individuo intesa come “carattere” o “vocazione”.

Sarebbe dunque sacrosanto che ciascuno avesse consapevolezza del proprio “pensare” e soprattutto del “demone” che induce a farlo ed in cui si cela la nostra vera essenza: saranno mica questi gli strumenti per la piena accettazione di noi stessi e per il raggiungimento di quello stadio tanto agognato e conosciuto come “felicità”?

Intanto che voi ci pensate, per oggi, io e il mio Daimon andiamo a riprenderci… dal Piacere di Pensare.

La lotta con il Daimon - Immagine da Internet

sabato 11 marzo 2017

Il vecchio che regalava la cioccolata di Dio - Terza parte -

Finalmente riesco a pubblicare il terzo ed ultimo capitolo de "Il vecchio che regalava la cioccolata di Dio". È di certo la parte più lunga del racconto, ma ho preferito non suddividere ulteriormente.

Per concludere ho voluto aggiungere un'appendice dove spiego per sommi capi da dove proviene l'ispirazione che ha dato vita alla storia.

Insomma, non so chi avrà mai la voglia e il tempo di sorbirsi il tutto. Io, come sempre, ho scritto col cuore.

@@@

IL VECCHIO CHE REGALAVA LA CIOCCOLATA DI DIO

(terza parte)


Nel vano della porta comparve Pasquale. Indossava la divisa buona dell’esercito e si torceva nella mani il basco verde. Dietro di lui faceva capolino Francesca. Entrambi erano bianchi e strapazzati come un cencio lavato con la varechina. 

- Io non volevo… non volevo… - biascicò il ragazzo. Beniamino gli fece cenno di tacere. – Perché vi siete nascosti qui? – 

Si fece avanti Francesca. – Perché abbiamo paura… – Scoppiò in un pianto da straziare il cuore alle pietre. 

Beniamino sospirò. – Venite, devo conoscere ogni cosa -. 

I ragazzi raccontarono. 

Pasquale aveva saputo di Ennio durante una delle tante telefonate a Francesca. La ragazza non avrebbe mai voluto coinvolgere il fidanzato in quella porcheria di importuni e minacce, ma le parole le erano scappate senza volerlo, come quando devi fare la pipì e se non la fai scoppi. Pasquale aveva ottenuto tre giorni di licenza per gravi situazioni familiari e Francesca aveva gioito così tanto da far dimenticare ad entrambi la vera motivazione di quella vacanza straordinaria. Ennio Cerri era stato messo nel dimenticatoio ed i due si erano accordati per tenere segreto quel ritorno e per trascorrere lontano ed insieme i tre preziosi giorni. 

Che poi, tanto lontano non erano andati. La sera prima, Francesca aveva raggiunto Pasquale alla stazione, nel vicino paese. Si erano abbracciati e baciati, ma non troppo, che qualcuno nei paraggi poteva sempre fare la spia e spiattellare ai genitori di Francesca che la figlia non era dalla cugina bensì a sbaciucchiarsi come le prostitute in giro per il circondario. Proprio per non dare nell’occhio, gli innamorati si erano beatamente persi mano nella mano tra le viuzze appartate del centro, a parlare delle cose loro e di un futuro che sarebbe certamente arrivato quando Pasquale avrebbe terminato il servizio di leva. Non stavano facendo niente di male, lo giuravano, ma senza che quasi se ne rendessero conto, Ennio era sbucato dal nulla. Li aveva minacciati con una pistola; una pistola vera, mica di quelle che si vedevano alla fiera per la festa del santo. “Se fate un fiato vi sparo in bocca e vi lascio secchi.” Aveva quindi spinto Francesca contro un muro e aveva iniziato a toccarla e a strofinarle l’arma sulle cosce, sotto lo sguardo atterrito e impotente di Pasquale. 

Era stato un attimo, uno di quegli attimi salvifici destinati comunque a segnare il destino di più uomini. Francesca era riuscita a liberarsi sferrando al suo aggressore una ginocchiata ben assestata. La pistola era scivolata a pochi passi dal delinquente e Pasquale aveva afferrato Ennio per il bavero l'aveva scagliato nel vuoto con tutta la forza della sua rabbia. L’animale era caduto a ridosso di una finestra, battendo forte la testa. E lì era rimasto, la bocca in un ghigno e gli occhi spalancati. 

- Lo abbiamo chiamato, abbiamo cercato di sollevarlo, di svegliarlo, di riportarlo in vita… - disse Francesca bevendosi le ultime lacrime. – Ma… morto era. Morto. Siamo scappati, e siamo venuti qui. 

Il silenzio calò allo stesso modo di una coperta su un pane messo a lievitare. Beniamino si allontanò farneticando un rosario incomprensibile e tornò con una scatola che porse ai ragazzi. 

- Prendete un pezzetto di cioccolata… Dovete costituirvi, dovete raccontare agli uomini di legge tutto quello che avete raccontato a me. Vi siete solo difesi. 

- Beniamino, non ci lasceranno scampo. Non abbiamo testimoni. Le nostre vite saranno finite. Il sindaco ci farà ammazzare… Lo sapete anche voi che ci farà ammazzare come cani. 

Beniamino non si scompose. Tornò ad insistere con la scatola di cioccolata. - Prendete, prendete. Questa me l’ha mandata Dio, vi serve… Io esco, vado a parlare col Signore dei cieli. 

Pasquale e Francesca si guardarono, delusi. Era stato folle pensare di chiedere aiuto ad uno che non ci stava con la testa. 

- No, grazie – rifiutò Francesca. – Ho lo stomaco chiuso. Vedo… vedo ancora il morto. 

- Ma voi… – Pasquale deglutì, pensando a come poteva formulare la domanda. – Ma voi, Beniamino, siete pazzo veramente? 

Francesca lo fulminò. 

Beniamino sembrò riflettere. - Un pazzo è pazzo quando dice la verità. Ed in quanto pazzo, chi lo sente non deve per forza ascoltarlo. I pazzi non li ascolta nessuno, per questo chi è pazzo è libero. 

- E a voi, questa cioccolata chi la manda? – Francesca indicò la scatola che il vecchio le aveva dato da tenere. 

Beniamino si lasciò finalmente sprofondare nella poltrona di fronte ai due giovani. Il bastone abbandonato ai suoi piedi, le mani grinzose a reggersi la testa. 

Non parlò. Non parlò per un buono quarto d’ora. Pasquale e Francesca temettero si stesse sentendo male o fosse lì lì per punirli del fatto atroce che avevano commesso. Ad ogni modo, erano perduti; tanto valeva non avere fretta. 

Poi, come se fosse sprofondato per chilometri e la voce arrivasse dalle profondità della terra, il vecchio iniziò a dire: 

- Ho visto tanti morti, così tanti, che alla fine mi ci sono abituato. E quando ti abitui alla morte, significa solo che sei un morto tra i morti. 

I fidanzati rabbrividirono. Sarebbero volentieri scappati via se fuori non ci fosse stato il mondo pronto a condannarli. 

- Del periodo prima ricordo poco o nulla. La mia era una famiglia benestante, come ce n’erano poche all’epoca. Ero partito per andare a studiare, giovane, intraprendente e assetato di avventure. Dopo la laurea in letteratura e filosofia avevo ottenuto un posto di assistente all’università di Trieste. Viaggiavo, mi muovevo dappertutto. Parigi, Londra, Berlino, Vienna, erano le palestre della cultura e del pensiero infervorato degli intellettuali. Anche se un seme maligno andava germogliando da un pezzo e stava per trasformare l’Europa tutta in un luogo oscuro, il luogo della paura, alla quale non bisognava soccombere. 

Gli anni prima dello scoppio della seconda guerra mondiale furono i peggiori, i più confusi, gli anni nei quali facevamo fatica a capire cosa stesse realmente accadendo. Solo ad un certo punto trovammo il faro. Non avremmo combattuto accanto al fascismo, toccava farsi carico della salvezza del mondo. 
A tirarmi dentro fu un amico, Guglielmo. Eravamo la resistenza, eravamo in tanti, distribuiti e stipati nel cuore della terra, dentro i boschi, nel tessuto più nascosto del cemento delle città. Lavoravamo in staffetta. Quasi non conoscevamo chi avrebbe preso il testimone dopo di noi, era meglio non sapere, era più sensato farsi schermo del proprio gruppo per non rischiare di dare in pasto al nemico quante più informazioni possibili. In questo modo abbiamo salvato numerose vite, uomini, donne, bambini, intere famiglie perseguitate nel nome di una razza superiore che non poteva esistere. 

Li prelevavamo su appuntamento e li conducevamo in luoghi designati, qualcun altro li avrebbe presi in consegna e muniti di documento, altri ancora li avrebbero indirizzati verso posti sicuri, case domestiche di gente coraggiosa e disposta a rischiare la vita, oppure oltre i confini, possibilmente in Svizzera. 

Nel dicembre de 1943, io e Guglielmo avevamo appena messo piede in un appartamento del quartiere ebraico, a Trieste. La famiglia era pronta a scappare. Ci muovevamo tutti silenziosi e guardinghi, quasi che le pareti potessero sparire all’improvviso e rivelarci al mondo. Non sapemmo mai chi ci avesse tradito, ma il rumore sinistro degli stivali che macinavano la rampa di scale per arrivare al piano bastò a farci raggelare il sangue. Ci furono urla ed inutili tentativi di opposizione da parte dei bambini. La più anziana delle donne ebbe un malore, una delle SS la spinse sul balcone che dava in strada. L’unica cosa che riuscimmo a sentire fu un tonfo sordo che squarciò le nostre menti interdette e fece contorcere gli stomaci. In quale terribile fantasia si sarebbe mai potuto immaginare niente di simile? 

Non rivedemmo mai più i visi di quei disperati che dovevamo strappare alla morte. Come l’immagine sbiadita di una foto in bianco e nero, la memoria conserva soltanto la loro espressione smarrita, incredula. 

Io e Guglielmo fummo divisi e interrogati per giorni, forse per settimane. Le ossa frantumate, le facce peste, la bocca allappata dal sapore del sangue, aspettavamo che ci fucilassero. Fummo, invece, stipati in una camionetta e ci risvegliammo ad arrancare insieme ad una colonna di anime lungo un pendio innevato. Intorno nient’altro che vento gelido e bufera. Avevamo viaggiato per un tempo indefinito e calmo, ma di dove fossimo o dove fossimo diretti non ne avevamo idea. 

L’ingresso del campo ci inghiottì nelle sue fauci di filo spinato e ghiaccio. Pensammo che per noi c’era ancora una speranza, l’inferno non è sempre riconoscibile a colpo d’occhio. 

“Devi dire che siamo laureati in medicina, che lavoravamo in ospedale” mi sussurrò Guglielmo nell’attimo in cui iniziò lo smistamento. Gli mancavano i tre incisivi davanti, mi venne da piangere. Una guardia ci colpì. “Politischer, politischer” ci urlò. Eravamo prigionieri politici. Dovevamo indossare la stella rossa contrassegnata dalla “I” di italiani. 

Anche nei documenti finti che portavamo con noi c’era scritto che eravamo medici, per giustificare i nostri spostamenti in caso di fermo prima della cattura, ma ignoravo come quell’informazione potesse tornarci utile adesso che ci trovavamo fuori dal mondo. 

Fui scelto io, forse perché ero il meno malconcio o forse perché mi arrabattavo con lo sloveno, il francese ed il tedesco. Venni assegnato al gruppo di prigionieri che operavano nell’ambulatorio del campo e gestivano la contabilità dei convalescenti nei blocchi. Guglielmo finì in una baracca differente dalla mia e spirò pochi giorni dopo, senza che si rendesse veramente conto di dove eravamo finiti e senza che io potessi salutarlo. 

Non avevo ancora capito. Mi rifiutavo di accettare. 

La vita in quel luogo certamente dimenticato da Dio mi si rivelò negli occhi spiritati dei reclusi. Anime spente in corpi sfiancati dalla fatica e dalle privazioni. Eravamo sui monti Vosgi, nei pressi del villaggio alsaziano di Natzwiller. Le squadre di lavoro venivano organizzate per l’estrazione del granito nelle vicine cave de la Grande Carrière. Faceva freddo, un freddo pungente che attraversava le pelli giallastre afflosciate sui cumuli di ossa che stranamente riuscivano ancora ad arrancare nella neve. Erano fantasmi legnosi e zebrati quelli che scorgevo a gruppi nelle albe gelide da lasciare senza fiato. Ammassi di teste rasate chine e svuotate da qualsiasi pensiero o sentimento umano; pochi mesi ed avrei anche io fatto parte di quella morte lenta, nonostante l’avermi risparmiato dalla forzatura del lavoro mi avesse concesso un barlume di speranza per la sopravvivenza. 

Si affievolì presto anche quel sentore di grazia. Avrei di gran lunga preferito precipitarmi alla cava e strappare a mani nude il granito fino a morire dissanguato piuttosto che assistere allo scempio che mi si perpetrò davanti agli occhi durante l’intera mia prigionia. 

Per gli esperimenti medici. Ecco a cosa serviva principalmente l’ambulatorio. Le iniezioni di sostanze chimiche, lo studio della morte che sopraggiungeva, le dissezioni dei cadaveri spesso neppure giunti a quello stadio, mi si impressero con orrore in ogni cellula. Agognavo che l’istinto di uomo civile si ribellasse, ma l’unico istinto che si palesava era lercio e attaccato alla vita con la stessa vigliaccheria del parassita che succhia il sangue alla carogna. 

Maledissi Guglielmo per essersene andato prima di potersi assumere la responsabilità d'avermi dannato e continuai a vagare senza rimedio nel mio limbo di perdizione. 

Puzzavo di morte e di putrido.
 
Ogni tanto mi redimevo partecipando con gli altri ragazzi della contabilità dei convalescenti al salvataggio estremo di qualcuno dei condannati. Accadeva infatti che un'SS scortasse a visita un gruppo di giovani oramai inabili. Qualcuno aveva perso una gamba, qualcuno un braccio, qualcuno era gravato da una malattia proclamata incurabile. I medici dovevano dichiarare la buona salute dei giovani e congedarli, in modo che essi svanissero dalle liste e fossero condotti al laboratorio di esperimenti o all'impiccagione. I diretti interessati erano completamente ignari del loro destino, negli occhi solo un pallido fulgore di smarrimento quando veniva loro rilasciato il certificato di idoneità al congedo. Ma noi sapevamo. Oh, noi, sì, che sapevamo. E' per questo che nei febbrili momenti che precedevano la visita rischiavamo il tutto per tutto. Non potevamo salvare l’intero gruppo, ma scambiando il cartellino di un morto con quello di un vivo, riuscivamo per lo meno a graziare una vita. 
Se ci avessero scoperti saremmo tutti finiti al patibolo, ma forse era quello che anelavamo, la definitiva rassegnazione alla morte mentre cercavamo, seppure in maniera flebile, di lottare per la vita. 

Fu l’arrivo della primavera a portare sollievo agli animi. Le temperature meno rigide e gli aerei degli alleati che sorvolavano sempre più spesso il campo consentirono agli occhi di rivolgersi finalmente al cielo ed alle bocche smunte di aprirsi in un muto grido di speranza. 

In quel periodo conobbi Rose. Venne un pomeriggio in ambulatorio, voleva far visitare la nipote ma non sapeva a chi rivolgersi. Parlò con me, disse che la ragazza aveva la febbre alta e che quasi non riusciva a reggersi sulle gambe. 

La afferrai per un gomito e la condussi fuori. – Tieni chiunque ti stia a cuore lontano da questo posto– le ordinai nel mio discreto francese. Lei mi squadrò, nello sguardo un moto lucido di comprensione. Le feci cenno di aspettare. Tornai pochi istanti dopo e le strinsi nella mano dei sulfamidici. Se il kapo se ne fosse accorto mi avrebbe di certo fatto bastonare. 

Rose tremò impercettibilmente, poi sprofondò la mano nella casacca della divisa e se ne andò. 

Continuai a pensare a quella donna che in un certo modo mi aveva sconvolto. Non aveva apparentemente nulla di così diverso dalle altre prigioniere. Indossava la stessa divisa, portava in testa un fazzoletto per coprire la nudità del cranio, ignorava, come tutti noi d’altronde, fino a che punto fosse disumano il destino che i tedeschi avevano elaborato per gli internati nei campi di lavoro. In lei avevo però scorto qualcosa con cui non avevo più a che fare da tempo. 

In Rose avevo scrutato ed annusato la vita. 

Uno dei ragazzi della contabilità mi disse di fare attenzione, che quella Rose se la faceva con gli ufficiali delle SS, lo sapevano tutti. Mi informai meglio. Tra i dissidenti che organizzavano la resistenza nel campo girava voce che fosse stata arrestata in un bordello di Parigi ma che in realtà avesse operato nel Combat francese contro la propaganda nazista. Qualunque cosa avesse fatto prima, tuttavia, adesso veniva annullata da quell’ amicizia stretta con i nostri carcerieri. 

Tornò qualche pomeriggio dopo. Cercava me. Probabilmente riusciva a giostrare una maggiore libertà di movimento, le voci sul suo conto non erano poi completamente infondate. 

Mi fece lo stesso effetto della prima volta. Quasi con fastidio notai quel guizzo di vita balenarle tra gli occhi ed i lineamenti del volto scavato ma ancora espressivo. Anche le movenze erano più leggere, distanti dall'andatura legnosa degli altri abitanti del campo che si trascinavano sfatti e gravati dal peso della morte che aleggiava su di loro come un avvoltoio pronto a sbranarli. 

Rose si guardò intorno, circospetta, e, quando fu sicura che nessuno potesse vederci, mi passò un piccolo fagotto di stracci. 

“Danne a chi ne ha bisogno” mi disse in un italiano stentato. Nascosi il fagotto nelle tasche del camice e rimasi a guardarla sparire tra le baracche. 

Mi aveva portato della cioccolata. Quadratini avvolti in un’anonima carta argentata sottratti ai tedeschi in cambio di chissà quali favori. Immaginai le peggiori intenzioni. Quella donna era magari una spia e cercava un modo per carpire informazioni sull’esistenza di cellule ribelli all’interno del lager. Mi infuriai con me stesso per averle consentito di avvicinarsi. Se si fosse fatta ancora vedere l’avrei denunciata ad uno dei responsabili. 

Quella notte, però, nel buio del mio pagliericcio, tra l’odore stantio di sudicio e di carne umana ammassata ed il silenzio affannato di orecchie sempre tese al peggio nonostante il sonno schiacciante dalla devastazione, scartai con la massima cura un pezzo del mio bottino e, commosso, lasciai che la bocca ed i sensi rinascessero in quell’attimo celestiale di dolcezza e di ritorno alla vita. 

Come un drogato posseduto dalla necessità di dare fondo alla sua scorta di sostanze stupefacenti, quella prima volta riuscì a risparmiare un solo quadratino. 

Il giorno dopo portarono in ambulatorio un ragazzo che lamentava i sintomi del tifo. Non ci sarebbe stato modo di salvarlo, il suo destino era segnato. Qualsiasi possibilità di epidemia nel campo veniva debellata sul nascere. 

“Mi congederanno, adesso? Potrò andare a casa?” mi chiese tra i deliri delle febbre. “Certo” gli risposi mosso da compassione. Mi ricordai dell’ultimo pezzetto di cioccolata e, prima che fosse troppo tardi per farlo, glielo feci scivolare tra le labbra. L’espressione divina che gli si dipinse sul viso congestionato bastò per rimettermi al mondo. In quel girone di pene e di martiri, ero riuscito a restituire un istante di pace. 

Rose tornò a trovarmi spesso, portando puntualmente con se un minuscolo fagotto di salvezza e raccomandandomi sempre di pensare anche a chi ne aveva più bisogno. Poco alla volta, la diffidenza che aveva permeato i primi incontri lasciò il posto all'impazienza di rivederla e soprattutto di saperla in salvo. Non riuscivamo a parlarci se non per pochi istanti, ma mi raccontò molte cose. Mi disse che era stata arrestata insieme alla sorella ed ai suoi nipoti. La sorella era stata fucilata insieme ad altri oppositori politici pochi giorni dopo essere stati imprigionati, mentre i ragazzi, Andrè e Josephine, sopravvivevano ancora nel campo. Accennò ad un convoglio di ebrei che erano arrivati l’anno precedente e che nessuno aveva più visto dopo lo smistamento e ad una nuvola di fumo nero dall'odore nauseante che ogni tanto si levava a circa un chilometro dalle baracche, nei pressi delle docce. Non mi rivelò mai come faceva a procurarsi la cioccolata che mi passava di straforo, ma mi confidò che tutte le sue azioni erano giustificate dalla volontà di sopravvivere e soprattutto di portare in salvo i nipoti. 

“Je promis à ma sœur. Vous comprenez, Beniamino?” 

Io non comprendevo molto, più che altro, a differenza sua, non vedevo via d’uscita se non nella fine della guerra e nell’intervento dell’esercito alleato. Da fuori trapelavano anche notizie riguardanti un possibile assalto dei partigiani alsaziani, ma troppo stretto e vigile era il controllo dei tedeschi per consentirci di vagheggiare su un simile epilogo. 

“Che senso ha la vita, Rose? Che senso ha continuare credere in un Dio” le chiesi in un pomeriggio di quell’estate beffarda che inondava di sole i promontori, incurante del profondo e scuro abisso nel quale versavano le nostre esistenze. 

“Dio è qui” disse indicando l’involucro di cioccolata che tenevo celato sotto al camice. “E’ lui che ci manda la cioccolata. Per non farci morire nell’amarezza dell’odio” 

Fu per quelle sue parole che continuai a distribuire la cioccolata di Rose. Non ne avevo a sufficienza per placare la fame cronica di tutti, ma ne regalavo di volta in volta un pezzetto ai malati, ai condannati a morte, a chi non trovava più la forza per andare avanti. I fortunati mi guardavano come se avessi loro restituito la speranza. Sono stati quegli sguardi di riconoscenza a farmi sopravvivere all’orrore e a non farmi perdere il barlume della ragione. E’ stata la cioccolata di Rose, la cioccolata di Dio. 

All’inizio di settembre, Rose mi annunciò sgomenta che avrebbero evacuato il campo. “Le forze americane sono vicine, ci portano in Germania. Dobbiamo fuggire, Beniamino. Possiamo farcela. Porterò via Andrè e Josephine...” La zittii con rabbia. “Vuoi farci fucilare? Perché ci metti in pericolo dicendo queste assurdità? Neppure se ti prostituisci con tutte le SS del campo riusciremo mai a fuggire da qui.” 

Chinò la testa come se le fosse arrivato un pugno nello stomaco. Solo in quel momento mi resi conto che io e Rose c’eravamo sostenuti a vicenda in quegli ultimi mesi, legandoci con un sentimento strano che andava oltre l’amicizia, il cameratismo o addirittura l’amore. Io e Rose eravamo oltre qualsiasi genere di sentimento umano, perché quando superi la morte e vai oltre il senso della vita si è come un’entità senza corpo né anima che fluttua nell’irreale spossatezza di un tempo vuoto e statico, senza presente né passato, seguendo solo il divenire di una larva che non vedrà mai alcun genere di metamorfosi. 

“Va bene” dissi prendendole il polso sottile. Era il primo vero contatto fisico che avevamo. Trasalimmo entrambi. Toccare consapevolmente un corpo estraneo che non fosse già morto o che non ci fosse stato scaraventato addosso durante la comune pulizia nelle docce o durante gli spostamenti di gruppo per l’organizzazione del lavoro era pari alla più indicibile delle sofferenze, era come forzare la rete di filo spinato nella quale le menti erano state inibite e rimanere folgorati da una scossa elettrica che toglieva il respiro e bruciava la poca carne rimasta. “Va bene” ripetei. “Dimmi come e quando. Mi occuperò io di avvisare Andrè.” Sapevo quanto per lei fosse difficoltoso raggiungere il nipote che faceva rientro dalle cave con le squadre di lavoro poco prima dell’appello serale. 

Alcuni giorni dopo, Rose mi comunicò una data e sintetiche istruzioni. Un paio di camion sarebbero venuti per caricare i bagagli degli ufficiali due sere prima l’evacuazione dei prigionieri. Lei avrebbe fatto parte della squadra addetta allo sgombero dei locali. Ci saremmo dovuti trovare accanto agli alloggi delle SS subito dopo l’ultimo appello e prima che i camion fossero andati via. Uno degli autisti sarebbe stato informato, ci avrebbe potuto aspettare, ma non per molto. La cosa migliore era che io mi trattenessi in ambulatorio per l’urgenza di portare a termine qualsiasi attività e che lei si attardasse nelle operazioni di trasloco. 

La parte più difficile sarebbe stata far spostare Andrè e Josephine, soprattutto la sera quando nel silenzio le sentinelle diventavano più vigili e i loro cani più accorti e famelici. Mi venne il dubbio che quelle piccole agevolazioni alla fuga, Rose le avesse ottenute soltanto per se, e che chiunque fosse riuscita a corrompere per tentare la via della libertà non aveva assolutamente idea che noi, io e i suoi nipoti, eravamo inclusi nello stesso piano. 

Il giorno designato provai ad allontanare la convinzione che quelle sarebbero state le ultime ore che ci erano state concesse su questa terra. Come un presagio funesto mi perseguitava la visione di noi catturati e messi alla forca. Mi aggirai come uno spettro tra i malati e le procedure di smaltimento di buona parte della scartoffie che documentavano gli esperimenti su cavie umane. Si era sparsa la voce che avremmo evacuato entro pochi giorni, nel campo regnava una certa fibrillazione ed una forma di sottile disordine che non si erano mai visti. 

“Come ci trasporteranno? A noi malati, intendo” mi chiese un uomo ridotto a carcassa dal suo giaciglio di escrementi e pus. 

Fissai la nuvola di fumo nero che da qualche giorno si era di nuovo alzata in cielo e che non accennava a diminuire. 

“Non lo so” risposi. Poi, di nascosto gli diedi gli ultimi pezzetti di cioccolato in mio possesso e aspettai insieme a lui che venissero a prenderlo per la visita di congedo. 

Fu come in un sogno, come se un altro che non fossi io osservasse dall’alto i passi impacciati ed i tentennamenti verso un traguardo che non mi apparteneva. Quando il sole si spense dissi al kapo che mi era stato comandato di riordinare la camera delle autopsie. Da lì sarei potuto uscire da una porta laterale ed avviarmi verso gli alloggi delle SS. 

Una guardia mi fermò nei pressi del blocco 2 e mi ordinò di identificarmi. 

“Devo portare questi documenti per il trasporto fuori” biascicai in tedesco. 

“Italiano?” 

“Sì, italiano” 

La sentinella sputò ai miei piedi. Gli italiani non erano ben visti da nessuno. Né dai prigionieri delle altre nazionalità, a causa dell’amicizia che aveva per lungo tempo coalizzato l’Italia al nemico, e neppure dal nemico stesso, che nel 1943 s’era visto rinnegare. Gli italiani erano i voltagabbana verso cui nutrire diffidenza e ribrezzo, non meritavano nulla, se non l’emarginazione e l’ostilità dei popoli. 

Riuscii a passare, ma mi convinsi che sarei morto di infarto tanto mi batteva il cuore in petto. Scorsi da lontano Rose che si affaccendava con pile di divise intorno ad un Opel Blitz già carico ed in parte coperto. Mi levai il camice per non dare nell'occhio e la seguii passo passo, accollandomi e caricando altra merce. 

Non so dire come ci riuscimmo ma, prima che il camion venisse quasi del tutto sigillato, noi giacevamo al suo interno, sepolti sotto cumuli di armamentario tedesco. 

Non osammo fiatare. Rose fremeva, Andrè e Josephine erano in netto ritardo. 

“Non me ne andrò senza di loro” mormorò nel buio. 

Deglutii a fatica. 

Il tempo parve fermarsi, pesante e immobile come un macigno pronto a schiantarsi sulle nostre teste. All’improvviso, lo squarcio di una sirena riempì il silenzio della notte. Era l’allarme che dava il via alla ricerca di uno o più fuggitivi, l’avevamo sentito in altre occasioni. Nessuno era mai riuscito a scappare da Natzweiler, ogni tentativo di fuga era sempre stato sedato nel piazzale principale del campo tramite impiccagione o fucilazione, in modo che a tutti servisse da monito. 

Udimmo le grida delle sentinelle e l’abbaiare dei cani fin troppo vicini al nostro nascondiglio. Poi, degli spari, e l’urlo lacerante di una voce di donna che spazzò per sempre, in chi ebbe la malasorte di udirlo, ogni forma di umana sopportazione. 

Rose scattò in avanti, la afferrai e la strinsi con forza. Le misi una mano sulla bocca per non consentirle di gridare e la tenni così per un tempo indefinito. Le braccia intorno al suo corpo di sole ossa, la testa sprofondata tra le sue scapole che sporgevano come ganci su una parete, la mano conficcata tra i denti che non smise mai di digrignare. Avessimo avuto ancora dei corpi in grado di espellere qualcosa avremmo probabilmente pianto. Ma non eravamo che carogne inaridite, senza il sale delle emozioni e senza sangue. 

Il camion si mosse sotto di noi. Rose diede un’altra spinta nel tentativo di liberarsi. Non glielo permisi. La girai di peso e premetti le mie ossa sulle sue ossa. Tutte le mie ossa sulle sue ossa, i miei denti sui suoi denti, la mia testa rasata sulla sua testa rasata. Non eravamo un uomo e una donna nell’atto di scoprirsi, eravamo due individui amorfi e senza sesso, due entità sottratte a qualsiasi classificazione di appartenenza alla natura. Non la feci mia nell’atto primordiale di possederla, ma quella notte, stipati dentro a quel camion che ci portava verso la salvezza, sepolti l’uno nell’altra in quello strofinio legnoso di pelle e cartilagine, facemmo l’amore più di quanto avessimo mai fatto nelle nostre vite. Ci saremmo appartenuti per sempre, io e Rose. E se non ci fossimo conosciuti all’inferno, saremmo forse riusciti ad afferrarlo quell’amore e a costruirci sopra una nuova esistenza. 

Un colpetto ripetuto più volte fu il segnale che la nostra corsa stava per giungere al termine. Erano passate poche ore da quando avevamo lasciato il campo, era appena l'alba. 

“Siamo troppo vicini. Ci troveranno…” dissi a Rose aiutandola a scendere. 

“No. Ho dove nasconderci.” Furono le ultime parole che mi rivolse. 

Trovammo rifugio nella fattoria di alcuni suoi cugini, nelle campagne della città di Molsheim. Nessuno venne a cercarci, i tedeschi avevano ben altro a cui pensare, continuavano ad incassare sconfitte. 

Non parlammo mai del campo, né di Andrè e Josephine. Spesso ci perdevamo occhi negli occhi, in quel mare nero in cui lasciavamo affogare le nostre anime. 

Nel novembre del 1944 arrivò notizia che le forze americane avevano finalmente liberato il campo di Natzweiler-Struthof, l’unico campo di concentramento che i tedeschi erano riusciti a costruire sul suolo francese. 

Decisi che era tempo di tornare in Italia, non avevo più notizie della mia famiglia, volevo regalare a mia madre la gioia di potermi rivedere. 

“Vieni con me” proposi a Rose. “Non lasciarmi solo.” Lei allungò le dita e sfiorò appena la barba ispida che non avevo più curato. “Il mio posto è qui…” disse piano. “Devo aspettarli, torneranno prima o poi… J’ai promise a ma soeur.” 

Sapevamo entrambi che Andrè e Josephine avevano perso la vita nella notte in cui avevamo salvato le nostre, ma nessuno dei due ebbe il coraggio di dirlo. 

La implorai di conservare il mio indirizzo. Sarei tornato a trovarla. 

Non ci incontrammo mai più. Dopo la fine della guerra, Rose prese a scrivermi di tanto in tanto. Mi scriveva lunghe lettere in cui mi raccontava di come Molsheim fosse diventata la sua casa, delle sue lezioni di italiano, delle letture sulle scoperte archeologiche per le quali aveva iniziato a coltivare una forte passione. Non metteva mai il mittente, non lo facevo neppure io quando le rispondevo descrivendole nei dettagli il dopoguerra nel sud Italia. Non c’eravamo ancora riappacificati con le nostre identità, temevamo a lasciare traccia di noi. 

Una volta le scrissi: “Che senso può avere ormai la nostra vita, Rose?” 

Poco tempo dopo arrivò un pacco. Un pacco carico di cioccolata e soltanto poche righe: 

“Il senso che abbiamo imparato a darle, Beniamino” 

Da quel giorno, Rose continuò ad inviarmi i pacchi con la cioccolata con cadenza quasi mensile. Come un patto tacito che avevamo sottoscritto a distanza, seppi che avrebbe continuato a farlo finché avesse avuto respiro in questo mondo, fino a quando il suo cuore mi fosse appartenuto. 

Sono passati quarantuno anni, tre mesi e diciotto giorni -. 

Beniamino appariva provato. Nei suoi occhi l’ombra di una sofferenza che non conosceva eguali. Taceva, finalmente. Come se avesse dato fondo a tutte le parole in suo possesso. 

Pasquale e Francesca non osarono respirare. I tremendi avvenimenti del giorno prima ed il racconto che avevano assorbito in così poco tempo e senza alcun sentore che ne precedesse la tragica portata li avevano confusi ed annientati. 

L’anziano parve riacquistare parvenza di sé. – Vado a vestirmi. Devo indossare l’abito buono – disse rimettendosi a fatica sulle gambe. – Farete come io vi dico – disse ancora rivolgendosi ai ragazzi. - Non appena verrà notte, tu, Pasquale, uscirai dal retro e andrai a casa tua, dai tuoi genitori. Dirai che ti hanno dato due giorni di licenza e che sei appena arrivato in paese. Domani pomeriggio partirai e te ne tornerai a fare il militare. 
Francesca, tu ti recherai da tua cugina e tornerai a casa giusto quando avevi deciso di farlo. Dimenticate il farabutto e la fine che ha fatto, avete una vita intera da vivere. Del resto mi occupo io. 

- Ma come facciamo? Ci scopriranno… - provò a lamentare Pasquale. 

Beniamino batté l’estremità del bastone sul pavimento, spazientito. – Dovete ascoltarmi! Il male vi ha già contagiato abbastanza. 

Nessuno dei due provò a contraddirlo di nuovo. L’unico appiglio a cui aggrapparsi,  in fondo, era quello che Beniamino stava loro offrendo. 

Calò la sera. Fecero com’era stato detto di fare. 


La notizia che Beniamino si fosse costituito arrivò come un fulmine in un cielo già carico di nubi nere come nero era il sangue del manigoldo a cui avevano strappato la vita. Nessuno nel quartiere delle Tredicicase credette che il vecchio avesse premeditato e organizzato punto punto quell'omicidio, ma il sindaco Cerri fu bravo a mischiare le carte e a pretendere vendetta più che giustizia. 

Francesca e Pasquale trascorsero intere notti a piangere al telefono, impotenti di fronte all’enormità della disgrazia che li aveva colpiti e che mai si sarebbero augurati nei loro sogni di giovani innamorati. 

“Dobbiamo dire la verità. Non possiamo condannare un innocente” proponeva  Francesca. Ma l’intenzione rimaneva parole ed i mesi passavano. 

Prima ancora che il processo si concludesse, Beniamino venne recluso in un istituto di recupero per malati mentali; e, dato che l’infermità era stata provata e testimoniata da più parti, quello sarebbe stato probabilmente il suo destino fino alla fine dei suoi giorni. 

- D’altronde se uno è pazzo mica può stare in mezzo alla gente - disse un giorno Teresa nell’intento di consolare la figlia che sul serio pareva essersela presa a male per le sorti del povero anziano. - Va bene che quell’Ennio era erba del diavolo, ma a lasciare il vecchio a piede libero ci potrebbe rimettere le penne un bravo cristiano e senza che ci abbia colpa -. 

Francesca non proferì parola, chiusa in un mutismo che solo Pasquale con le sue telefonate riusciva a spezzare. 
I genitori si convinsero che la figlia si sentisse in colpa per via del ruolo che aveva esercitato nella lite tra il vecchio ed il morto e, preoccupati, acconsentirono ad accompagnarla in visita all’istituto. 

La ragazza trovò Beniamino molto meglio di come l’aveva lasciato. L’uomo non sembrava turbato dalla sua nuova condizione di carcerato, e, se mai fosse stato possibile, portava stampata in faccia una gioiosa serenità di cui mai prima di allora aveva goduto. 

Abbracciò e baciò Francesca più e più volte, sinceramente felice di quella visita. 

- Figlia mia – le disse soltanto – va, sii felice. E non permettere mai a nessuno di dirti che non lo meriti -. 

Francesca se ne tornò a casa stordita. Raccontò di quell'incontro a Pasquale ed attese con la cornetta in mano che il fidanzato le esternasse il suo pensiero. 

- Gli dobbiamo tanto, Francesca. So cosa possiamo fare per dimostrargli la nostra gratitudine. Sta tranquilla, amore, non lo abbandoneremo… -. 


In un tardo pomeriggio dell’estate che seguì, un’anziana donna si presentò alle porte dell’istituto dove Beniamino scontava la sua pena. Aveva un portamento distinto, l’aria fortemente malinconica e parlava con un marcato accento straniero. Disse all'infermiera che la accolse che era in visita a quel tale familiare e mostrò con un certo rispetto i due giovani che la accompagnavano. 

- Ci vuole l’autorizzazione del giudice per fare visita a questo paziente – spiegò sbrigativa la donna. 

Francesca diede di gomito a Pasquale che si fece avanti tirando fuori più fogli. Avevano smosso mare e monti per ottenere quei documenti e li maneggiavano con orgoglio. 

L’infermiera analizzò le carte con attenzione, poi fece accomodare l’anziana signora in una saletta adiacente l’ingresso. – Lei è autorizzata. Voi no, dovete aspettare fuori – disse. 

Beniamino arrivò su una sedia a rotelle, un inserviente lo aveva accompagnato. Rimasti soli nella stanza, fissò a lungo la donna che gli dava le spalle e attese che lei terminasse di ammirare i rami di un albicocco che si perdevano tra le grate della finestra e l’azzurro straordinario di un cielo senza macchia. 

Quando lei si voltò, gli occhi di lui erano già umidi. 

Prima di qualsiasi parola, arrivarono le mai. Lei gliele tese e lui le strinse. Mani consumate e accartocciate dalla vita che un tempo erano state ossa sporgenti e che ora erano il tremolio rugoso del tempo quasi giunto al termine. 

Beniamino se le portò alle labbra, quelle mani agognate, volute, sospirate nelle notti di un eterno inverno che lo aveva perseguitato senza tregua. 

- Sei qui – disse. – Sei qui. 

- Sono qui – disse lei. 

Le dighe si ruppero consentendo alle anime di sciogliersi e di scivolare dagli occhi di entrambi. Il dolore non sarebbe mai cessato, ma il corpo invecchiando aveva recuperato stille di vita che adesso si fondevano in quel pianto che sgorgava dalle profondità di un fiume lungo mezzo secolo. 

- Li ho salvati, Rose – mormorò Beniamino. 

- Li hai salvati, tesoro… Adesso sono benedetti dalla vita. Ti ripagheranno vivendo tanto e bene -. Rose lo aiutò ad alzarsi e gli poggiò la testa sul petto. Beniamino la cinse, tenendosela stretta. Due vecchi che si stringevano su un treno arrivato al capolinea. Chiunque avesse avuto la possibilità di scorgerli sarebbe di certo rimasto infastidito da un simile trasporto. Chissà perché dopo una certa età l’amore spaventa, forse perché per prepararsi alla fine la natura impone che i cuori rallentino e le membra si plachino in un sereno e garbato abbandono. 

Ma Beniamino e Rose alla fine avevano già assistito, a loro non rimaneva che quel ritrovo di corpi che più non si ferivano e quella consacrazione di anime che sempre erano rimaste unite. 

Rose si staccò con gentilezza e recuperò la borsetta che aveva abbandonato in un angolo. Ne tirò fuori una sacchetto incartato con cura e sigillato con un nastro d’argento. Lo soppesò, come a voler sondare che la consistenza non fosse diminuita, e sorrise di nostalgia e tristezza prima di porgerlo al suo anziano amico. 

- L’hai portata – sussurrò Beniamino riaccasciandosi, commosso. – La cioccolata della salvezza. La cioccolata di Dio…  

Rose si chinò ad accarezzargli e a baciargli la testa. Ancora e ancora. Quella sua testa da pulcino di cui non aveva mai potuto conoscere la chioma.

FINE
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DA DOVE PROVIENE "IL VECCHIO CHE REGALAVA LA CIOCCOLATA DI DIO"

Questo racconto non nasce dal nulla.
 
La mia infanzia è stata costellata dalla presenza di un discreto numero di anziani che mi ha fatto crescere e mi ha arricchito a suon di racconti dei tempi passati. Racconti dai quali è sempre trapelato l’amore per la vita e per gli ideali più nobili, nonostante la bassa estrazione culturale di chi me ne ha fatto dono.

Tra tutti, uno zio, il fratello di nonno, era solito raccontare del periodo di prigionia che aveva trascorso in Germania a partire dal 1943, dopo essere stato catturato dai tedeschi nel nord Italia. In famiglia lo ascoltavamo con attenzione ed affetto, ma nessuno all'epoca associava la vicenda alla terribile realtà dei campi di concentramento e ancor meno allo sterminio del popolo ebraico.

Piuttosto, lo zio, che non si era mai ripreso in salute e che era stato più volte operato a causa della tubercolosi che aveva contratto lavorando insieme agli altri prigionieri nelle miniere di leobendonnaviz – pronunciava esattamente così – si dannava per il fatto di non essere riuscito ad ottenere la pensione di guerra, avendo lui presentato domanda dopo la scadenza dei termini di legge.

Ogni tanto, tuttavia, io chiedevo. Andavamo a raccogliere i pinoli nella pineta e, cercando a fatica l’aria nell'unico polmone che gli era rimasto, lo zio rispondeva alle mie fitte inquisizioni su quei terribili giorni di sgomento e di terrore. “Che allo zio, pure pure, bene lo trattavano” mi diceva. “Ma c’erano quegli altri che se li portavano e non li vedevamo più. Chissà che gli avevano mai fatto ai tedeschi, quelli là.”

C’era, poi, un aneddoto che mi aveva particolarmente colpito. Era il racconto di quando a leobendonnaviz erano finalmente giunti due prigionieri con origini del sud Italia. Lo zio raccontava di quell’arrivo con commozione, accompagnando le parole con un sentito tremolio della voce, perché ritrovare due corregionali in quella sventura aveva significato non sentirsi più così solo. “Tutte e due erano stati spostati da un campo di prigionia in Francia” puntualizzava. “Io ringraziai nostro Signore di avermeli mandati, ma loro avevano nostalgia di un medico che durante la reclusione in Francia li aveva tanto aiutati regalando le medicine e persino la cioccolata. Perché vedi, picciridda, nel mondo, in mezzo ai cattivi, si trovano sempre i buoni.”

“Che fine ha fatto quel medico, zio?”

“Ah, io non lo so. Ma i due compagni mi raccontarono che nessuno lo vide più. Se ne scappò insieme ad una fimmina qualche giorno prima che a loro li mettessero sul treno per la Germania.”

“Era sua moglie, la donna?”

“Forse che sì, forse che no. I miei amici non me lo dissero. Io sono però sicuro che a casa sua riuscì a tornarsene, comu a' mia.”

Lo zio morì nel settembre del 2001, all'età di 81 anni. Aveva vissuto del nostro affetto, di ricordi e di povertà. Tra le sue cose, in un baule chiuso con più lucchetti, trovammo i suoi cimeli di gioventù e la fitta corrispondenza intercorsa persino con alcuni dei Presidenti della Repubblica per l’assegnazione della pensione che non gli fu mai riconosciuta. Solo da quel momento decisi di indagare a fondo e scoprire cosa gli fosse realmente accaduto. 

Mi trovavo già a Roma per gli studi e ne approfittai per lanciarmi in una ricerca approfondita. Mi procurai tutta la documentazione rintracciabile nelle biblioteche, consultai gli archivi dell’ANED, contattai altri ex deportati che erano finiti nei campi di concentramento per motivi politici, feci, insomma, tutto quello che era possibile fare per saperne quanto più potevo. Fu così che la mia famiglia ebbe modo di apprendere che lo zio era, sì, stato deportato per sospetta collaborazione con i partigiani, ma non in Austria e non in Germania. Inizialmente nel campo di Mauthausen e successivamente nel sottocampo di Eisenerz, dove, dal settembre del 1943 al marzo del 1945, circa 400 detenuti vennero costretti in condizioni disumane a lavorare presso le miniere del distretto di Leoben che comprendeva anche la località di Donawitz. Il campo di Mauthausen ed i suoi relativi sottocampi furono in seguito noti per l’attuazione sistematica dell’annientamento attraverso il lavoro, tramite quella che venne denominata la morte lenta che si compiva tra gli stenti e la denutrizione dei prigionieri.

Lessi tutta la letteratura esistente e passai a scandagliare accuratamente quali fossero stati i campi di concentramento che erano esistiti in Francia. Volevo sapere del medico italiano che era riuscito a fuggire. Il massimo sarebbe stato rintracciarlo e sperare che fosse ancora in vita.

L’unico lager che i tedeschi riuscirono a costruire sul suolo francese fu per l’appunto quello di Natzweiler-Struthof, che sorse tra i monti Vosgi, lì dove un tempo c’era stata una stazione sciistica, e che accolse per la maggioranza partigiani e politici; tra tutti, lo scrittore triestino Boris Pahor che nel 1961 raccontò della sua storia di deportato nel romanzo autobiografico intitolato "Necropoli".

Non riuscii a scoprire niente rispetto a fuggitivi o medici che avessero in qualche modo aiutato o sollevato i prigionieri con la distribuzione segreta di dolciumi o simili. Arrivai alla conclusione che forse quel medico e la fantomatica donna con la quale era scappato non fossero mai esistiti. Oppure, chissà cosa avesse capito o cosa ricordava lo zio nelle condizioni in cui versava.

“Fin troppe storie non sono state e non verranno mai raccontate” mi disse uno dei responsabili dell’ANED che oramai mi considerava una di casa.

Io però non mi arresi. Le autobiografie ed i saggi che vertevano sul tema delicato e devastante dell’Olocausto divennero per me oggetto di studio costante ed accompagnarono il traguardo della laurea, fino a concretizzarsi nella mia tesi finale che intitolai “La letteratura dell’Olocausto ed il romanzo del 1900”.

“Il vecchio che regalava la cioccolata di Dio” è venuto fuori facendo sgorgare quel ricordo d’infanzia ed attingendo alle conoscenze su un capitolo della nostra storia che, per quanto se ne sia parlato e se ne parli, è talmente complesso e così tragicamente inaudito da lasciare spiazzate le nuove generazioni che faticano a comprenderne gli intrecci, le cause, i fattori di esclusività e soprattutto la portata.

La mia, però, vuole come sempre essere una favola che esula dalla presunzione o dal delitto di poter sostituire con toni favoleggianti quella che è stata la cruda e indicibile realtà che ha riguardato milioni di vite.

Una semplice favola senza pretese, che, come tutte le favole che vogliono dare speranza al futuro, contempli un lieto fine: perché non riesco a trovare altro modo per esorcizzare il male e restituire il bene a chi da piccina mi ha insegnato a praticarlo, se non scrivendo di bene e di un sogno che nel bene si è realizzato, nonostante la malvagità degli uomini finisca puntualmente e imprescindibilmente per rappresentare l’altro lato della medaglia.