lunedì 30 giugno 2014

STICAZZI

Di tanto in tanto, e bazzicando i network di letteratura, mi piace confezionare piccole opinioni sui miei romanzi preferiti, o sui libri che ritengo più utili.

Ora, lungi da me voler pubblicizzare la mia attività di “recensonista-per-caso”:  tuttavia, stamane – ispirata da questione mie e non solo mie - mi sono svegliata col pallino di rispolverarNe una di recensione; in particolare quella relativa ad un libretto illustrante un METODO sempre attuale ed EFFICACE.

Il METODO dei METODI, oserei dire, da tenere sempre presente nelle scaramucce quotidiane di poco conto: che ne so: a fronte dell’amarezza per lo spettegolio del collega o la strigliata del capo, per la macchina impantanata nel traffico, per la pioggia sopraggiunta a infradiciare le lenzuola stese cinque minuti prima di uscire. Cose minuscole ma  spesso sopravvalutate, insomma; in modo che le migliori energie vengano conservate per le COSE GRANDI della vita, quelle che contano veramente, quelle per cui vale la pena soffrire, lottare, arrabbiarsi e per le quali infine gioire, una volta risolte.


Che questa mia “recensione” di qualche tempo fa, possa dunque essere utile a chiunque ad essa voglia attingere.


 Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non si sia trovato a curiosare in libreria tra gli scaffali dedicati ai vari manuali e opuscoli su come essere felici.

 Ecco, voi tre laggiù in fondo non l’avete mai fatto: o siete troppo poco curiosi, come dice il mio capo, o siete così felici e "sornionamente" soddisfatti da complimentarmi con voi a gran voce. 
 In entrambi i casi, potete continuare a leggere,  sia mai che vi possa interessare.

 Dicevamo: forse nessuno ha veramente idea di quanta gente abbia scritto e pubblicato sull’argomento felicità. Esistono pile e pile di “Felictà in tasca”, “Vivere per essere felici”, “La felicità è qui”, “Trattato sulla felicità”, “I 400 motivi per essere felici”  … Chi se la sorbirà mai tutta sta roba! Se così fosse, vivremmo tutti più sereni e meno complessati ed avremmo il poster di Morelli attaccato al portone di casa - (e Morelli, col dovuto rispetto, non è poi tutto sto gran figo) -.

 Invece, cari compagni di lettura e non, sosta in questo periodo, tra un’ammiccata di Epicuro ed una sana riflessione di Schopenhauer, un libricino all’apparenza di poco conto, intitolato: Il metodo Sticazzi
 Dove per “Sticazzi” viene intesa l’espressione tipicamente romana, e diffusasi ormai a livello nazione, che ha come significato: “Non me ne importa nulla!”.

 Ora, si potrebbe pensare ad una sorta di invadenza scurrile e fortemente “sproloquiosa” della lingua italiana, ma così non è. Perché l’autore, dopo un’attenta analisi semantica, semiologica e socio-semiotica del termine, ci dimostra come linguisticamente la base sia entrata a far parte di un ampio spettro di significati e di significanti e di come l’espressione sticazzi “sia destinata ad illuminare il sentiero dell’umanità” per le implicazioni filosofiche che essa desta.

 “Non sono poche le ragioni per le quali vale la pena votarsi alla Via dello sticazzismo. Il metodo insegna a non prendere sé stessi né il prossimo troppo sul serio, ed a semplifica operazioni razionali o emotive che comportano spesso inutili sofferenze all'individuo che se ne fa carico”. Il tutto applicato ovviamente ai piccoli e superflui conflitti quotidiani, non di certo ai valori, agli ideali, ai principi di base ed alle ambizioni di ciascun individuo e dell’umanità tutta (l’autore stesso lo puntualizza più e più volte!).

 Ma per il resto, ecco che ci vengono offerti gli esempi degli sticazzisti più illustri: 

da Giulio Caio Cesare il quale oltrepassando, nel 49 a.c., il Varco del Rubicone dava il via alla seconda guerra civile contro Pompeo e pronunciava le frase: 
“Alea iacta est” ovvero “Il dado è tratto” ovvero “Ormai, sticazzi!”; 

 al Virgilio di Dante che, alla vista degli ignavi, all'inizio del suo viaggio infero, diceva al Maestro turbato:
 “Non ragioniamo di loro, ma guarda e passa” ovvero “Vabbè... la cosa è lunga. Sticazzi, andiamo avanti!”; 

 a Rossella O’Hara, che, in tutto il suo positivismo, rimandava sempre i crucci al giorno dopo: 
“Non ci voglio pensare adesso, ci penserò domani. Domani è un altro giorno” ovvero “Per oggi, sticazzi! Domani si vedrà”.

Vengono poi elencate le varie modalità di:
  1. -   come applicare il metodo: al fine di debellare il tartassamento nocivo e superfluo dei media, per vivere meglio il traffico urbano, per difendersi dai vicini di casa che ci opprimono, per sopravvivere ai mezzi pubblici, contro gli spacconi e cosi via;
  2. -     come riconoscere i nemici del metodo: l’invidia, la permalosità, i colleghi Stakanov, la madre apprensiva etc. etc
  3. -       come abbracciarne invece gli amici: Bob Marley, il modo d’essere del gatto, il barista di fiducia, la figura del bidello etc. etc.

 Insomma, l’insegnamento dello sticazzismo è un invito ad esserCi amici, a riscoprire il sorriso nell'osservare noi stessi e gli altri e a non rendere delle tragedie quelle che effettivamente non lo sono. E bisogna ammettere che ai nostri tempi e con lo stile di vita terribilmente stressante che conduciamo, non sarebbe poi male applicarlo, fosse anche in minima parte. In fondo la felicità (o l’infelicità!) viene anche dalle piccole cose, quelle che sono in grado di regalarci una giornata in cui avremo sorriso un po’ di più.

Non vi è piaciuta la recensione? L’avete trovata prolissa ed inutile? Non avete minimamente intenzione di interessarvi alla questione né tanto meno di comprare il libro?

Beh, che dirvi?

STICAZZI!

Io sono felice di avervene parlato.


venerdì 13 giugno 2014

E arriva il tempo...

 E arriva il tempo in cui il fiato non basta.

Trattieni il respiro, misuralo, razionalo: quanto ne serve per raggiungere ieri, quanto ne serve per arrivare alla fine di oggi.

 La voce,  immobile, dove l’avevi lasciata, pulsante di labbra ruvide, posata su una tempia.

 Per una volta vorrei essere senza esserlo, esistere senza essere visto, poggiarmi, granello di polvere, qui, accanto alla tua testa.

Guardarti.

 Trattenerti con lo sguardo intrecciato ai piedi, alle  caviglie. 
Per scivolare lungo i fianchi, sopra il ventre. 

Giocare con la pelle. E con le ossa. 
 Qualunque osso; un gomito, un ginocchio, il malleolo sporgente,
 una scapola pronunciata.  
Nulla che ti appartenga, voglio perdere.

Posture ardite, per me e per me soltanto.

Sussurrii di un granello di polvere.

 Girati ancora nel letto, 
ogni movimento regala alla mia vista centimetri di te da ingoiare,
 con gli occhi affamati di pelle e di carne, 
e di stupore tuo abbeverato dai riflessi della notte.

Ondeggia ancora i capelli sul cuscino.
 Fammi ancora sentire i passi scalzi fino al bagno, e ritorno. 

Lasciami accompagnare la tua mano indecisa. 
Lasciami spegnere nel morso di rinuncia delle tue labbra…

Respira questa lunga notte di ricordi,

Amore,

 per giungere alla fine di questo lungo giorno.

Diario di Una Donna Senza Importanza





mercoledì 11 giugno 2014

Ora so cos'è l'Arte...

PILLOLE DALLA MIE LETTURE 
 Perché il frutto migliore di quel che leggiamo, 
sono le tracce che germogliano nell'anima.
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“Diego scatta... è un attimo. Il bambino ha preso un pesce, per un attimo l'ha preso. Vedo la fotografia, un bambino gabbiano e un pesciolino in volo contro il sole che va. Forse è questa l'immagine, la bellezza a casaccio.

È stato un attimo, perché subito dopo il pesce era perso e il bambino scappato. E anche il sole era andato, lasciando un cielo opaco e uniforme dove sembrava che un sole così non ci fosse mai stato.

Vedo Diego che cade supino, respira stanchissimo, stringendo la sua Leica. Allora penso che c'è un angelo che ogni tanto si posa perché ha pena di noi, di tutte le cose che ci sfuggono dalle mani, che non resteranno nei nostri occhi.

Un giorno ancora a venire, con gli occhi imbevuti di tutto, guardando questa fotografia Gojko avrebbe detto: «Ora so cos'è l'arte...» e, attraversandomi con quello sguardo unto, ebete di intelligenza, «è Dio che ha nostalgia degli uomini.»

Estratto da “Venuto al Mondo”, di Margaret Mazzantini


venerdì 6 giugno 2014

Le persone non cambiano, si rivelano

  Le migliori riflessioni si fanno alla guida.

 Incolonnata in mezzo al fiume di macchine, piccoli ragni di metallo  colorato in lenta convergenza verso i polmoni periferici  della città, sei lì, le mani rigettate sul volante, la testa reclinata ad osservare vacuamente l’arteria stradale polverosa e piena, 
e Pensi.

 Pensi pensieri sparsi, quotidiani, a-cronologici; frammenti di pensiero portati dal vento, dall'acquazzone improvviso, che ti baluginano davanti come le palline scure di quando  chiudi gli occhi dopo aver guardato il sole.

 Pensi, e all'improvviso Pensi anche che le persone non cambiano.

 Un pensiero che ti preme nel petto come un chiodo arrugginito,  che tentavi di focalizzare da un pezzo, almeno da quando l’uomo due macchine avanti è sceso dalla sua vettura  e si è lanciato in un improbabile zigzag  nel tentativo di acchiappare un cane che ha deciso di andare a passeggio sulla tangenziale, impedendo per l’appunto a tutti di proseguire sul medesimo tratto di strada .
 È lo stesso uomo che raccatta animali randagi nel quartiere, quello che più volte ha rischiato il linciaggio per aver bloccato il traffico ai semafori, o per i guaiti ed i miagolii notturni provenienti dai ripari azzardati sul suo terrazzo; e che, incurante, continua a simpatizza per i suoi amici a quattro zampe.

 No, le persone non cambiano.

 Le persone si possono smussare, ri-verniciare temporaneamente con una dose di un-buon-sentimento-a-scelta, ri-posizionare, al fine di ottenere un nuovo punto di vista dal quale osservarle, ma, fondamentalmente, nella sostanza e ancora più nel profondo, le persone non cambiano.  
 Sono come colate di acciaio, le persone; macigni di acciaio della migliore lega. Forse la vita avrà su di loro la meglio, forse nel tempo le corroderà con le sue intemperie, con  il sale della lacrime, con il caldo e con il freddo; nel mentre, un macigno di acciaio rimane immutato; ed è folle nutrire la speranza di poterlo rimodellare. 
 Piuttosto la fuga, una repentina ritirata alla ricerca di forme e di sostanze più attinenti alla nostra forma, alla nostra sostanza; ma rimanere, caparbi, a scuotere l’acciaio, fino a farsi sanguinare le mani e il cuore, che senso può avere?

 Pensieri. Sentenze egoisticamente universali partorite nel frangente di un tempo vacuo, infruttuoso, scandito da clacson incazzati e da urla stridule che minacciano di morte un uomo e un cane.

 Eccoli, finalmente: cenci fradici e pelo arruffato, abbrancicati l’uno all'altro. 
Ce l’hanno fatta a venirsi incontro; sono salvi, l’anima del primo, che non ci avrebbe dormito la notte,  l’incolumità del secondo. 

 Siamo salvi; si riparte, senza uccidere nessuno, senza far intervenire l’esercito.

 Il tempo di un ultimo pensiero. Fugace.

 Le persone non cambiano, si rivelano, qualcuno l’ha detto. Ma non sempre questo è un male; non sempre lo è…

 La strada è libera; e ha pure smesso di piovere.