mercoledì 1 ottobre 2014

Quella strana cosa chiamata "Inserimento"


 
La mia amica Gilda ha attraversato un brutto periodo.
 
 In verità, tutto era iniziato bene quando, quattro anni or sono, è felicemente diventata mamma di Giugiò, un tenero paffutone biondo con gli occhi azzurri; non fosse che, non appena la legge lo ha reso possibile, la società per la quale lavorava l’ha fatta fuori, senza troppi ma e senza troppi se, perché nel nostro paese, se diventi mamma, sul piano lavorativo ti trasformi in automatico in una pedina debole, una roba ormai andata da eliminare, e nella gran parte dei casi a nulla valgono i tentativi di dimostrare le capacità soprannaturali di una donna di offrire il meglio del meglio pur avendo il quadruplo di cose da fare.

 Tutto sommato, però, Gilda non l’ha presa male: in fondo c’era ancora l’impiego di papà Ernesto, e c’era Giugiò che da bravo neonato richiedeva un mucchio di attenzioni ma che le consentiva comunque di passare più tempo in famiglia. Così, un anno e mezzo dopo, è nata Gigetta, un’altra perla inestimabile di bellezza e simpatia, e in contemporanea l’azienda di Ernesto ha chiuso i battenti, lasciando a casa decine e decine di papà e scaraventando Gilda nel più completo sconforto.

 Per mesi l’ho vista torcersi le mani e asciugarsi gli occhi, preoccupata e terrorizzata dal futuro, e nonostante ciò continuare ad essere una brava moglie e una brava madre, affettuosa, presente, giocosa, carica di buoni propositi e di tante idee su come non far pesare troppo la situazione ai bambini.

 Fino a quando, al ritorno dalle vacanze, non è venuta da me, sguardo raggiante ed entusiasmo alle stelle, e mi ha annunciato che finalmente Giugiò era stato preso.

- Preso, dove?, mi sono assicurata.

- All’asilo, all’asilo, è stato finalmente preso all’asilo!

 Già, perché l’anno prima, Giugiò, pur avendo compiuto tre anni, non era entrato nelle graduatorie dell’asilo statale, sempre per quelle strane leggi del paese in base alle quali prima vengono i bambini stranieri, poi i figli di quelli che lavorano, poi i bambini dei divorziati e via dicendo; e Gilda ed Ernesto, molto a malincuore , non avevano potuto permettersi l’asilo privato

 Ed invece da quest’anno Giugiò potrà frequentare l’asilo, e che asilo!, mi dice Gilda, niente- popò-di-meno che uno basato sul metodo Montessori.



- Tutto a misura di bambino e nessuna costrizione, pensa, neppure il grembiulino, Giugiò sarà felice, potrà giocare con altri bimbi - , gridacchia la mia amica battendo le mani. – Senza contare che avendo solo Gigetta da gestire durante il giorno, potrò rimettermi a cercare lavoro… - E Dio solo sa da quanto non la vedo così felice e speranzosa.

- C’è solo l’inserimento da fare, qualche giorno un’oretta la mattina e poi sarà fatta - , mi annuncia.

 Sono passate tre settimane, Gilda è stata in poche parole sequestrata dall’asilo dove trascorre quasi l’intera mattinata con Giugiò che non ne vuole sapere di rimanere da solo senza la mamma; le maestre, una in particolare, pare le abbiano raccomandato di non forzare in alcun modo il bambino, che il tutto deve nascere in maniera spontanea, ma non fanno nulla per ingraziarsi la simpatia del pargolo né per cercare di familiarizzare; in ogni modo è stato dato un tempo massimo: se Giugiò non si deciderà a breve di staccarsi dalla mamma, l’inserimento dovrà essere ripreso l’anno prossimo.

 Pensando che la mia amica esagerasse nel raccontarmi una simile assurda favola e nel tentativo di supportarla per un giorno, l’ho accompagnata io stessa questa mattina, e la situazione è peggiore di quanto avessi immaginato. Non mi intenderò di metodi educativi e meno che mai di quello applicato in questa scuola, ma sono certa che se ci fosse la buon’anima della signora Montessori, non lascerebbe che un bambino e la sua mamma andassero alla deriva di una procedura ridicola e senza forma qual è questa cosa che chiamano “inserimento”, senza la possibilità di una mano competente che li tiri a bordo. Sono altresì certa che una vera Montessori provvederebbe a tappare la bocca a quella maestra tronfia e saccente che declama con tanta leggiadria che “il bambino avrà incamerato alcune lacune affettive fondamentali e per tanto c’è poco da fare”, innestando nel cuore di Gilda nient’altro che un profondo senso di colpa di non essere una brava mamma.

 Mi convinco sempre più che, nonostante le agevolazioni che il benessere, il progresso, la tecnologia e l’informazione hanno apportato, questa è un’epoca “genitorialmente” difficile; è l’epoca delle ansie da amniocentesi & co e dai dispendi da capogiro per i mille esami (tutti utili?) che tuo malgrado ti vedi costretta a fare non appena scopri di aspettare un bambino, l’epoca dei traumi da parto tradizionale – meglio quello in acqua, in piedi, seduta e addirittura a casa come ai tempi delle nonne -, l’epoca del numero indefinito di intolleranze e di allergie neonatali, l’epoca della difficoltà economica nel dare un’istruzione a tuo figlio (e non solo un’istruzione) soprattutto se abiti in una grande città, l’epoca dell’INSERIMENTO alla scuola materna - tanto per non andare avanti nell’elenco -, che ti può andare bene, o ti può andare male, da cosa dipende non si sa: forse dalla fortuna di trovare sul proprio cammino degli educatori che ancora SEMPLICEMENTE credono nella meravigliosa e SEMPLICE SEMPLICITà dei bambini.

http://www.lops.it/data/images/skin/articoli/montessori/montessori-02.jpg



Nessun commento:

Posta un commento