domenica 5 ottobre 2014

Il Nonno dell'autobus


 
 
Marcovaldo abitava al quinto piano del condominio più schicchettoso di Centocelle. 
  Che fosse lo stabile più In del quartiere lo aveva sentito dire dalla Signorina che da qualche tempo si era trasferita nell'appartamento accanto. Era successo in ascensore, tra il terzo ed il quarto piano, mentre lei, sempre bella e stretta nei suoi tailleurs colorati, con i tacchi che la facevano alta come un lampione illuminato ed il sorriso più luccicante che Marcovaldo avesse mai visto, spiegava per telefono ad una certa Mati che il posto in cui si era trasferita era veramente fico

  «Mati, devi credermi, è perfetto. E poi tutti sono tanto gentili e tanto giovani... Come dici?... Matilde, sei la solita! Per quanto mi riguarda è il condominio più schicchettoso ed In della storia...»

  Marcovaldo avrebbe voluto ringraziarla per tutta quella dedizione, se non fosse che le porte sgangherate dell’ascensore si erano spalancate col loro scatto arrugginito e la Signorina era sgusciata via indirizzandogli appena un cenno di saluto. 

  Da quel giorno Marcovaldo aveva sviluppato una doppia abitudine che, da bravo pensionato qual era, aveva incominciato a coltivare con meticolosa costanza ed assoluto trasporto. 
  In primo luogo, aveva preso a smaccare le lamentele ed i piagnistei dei soliti condomini che continuavano ad inveire contro le condizioni pietose in cui versavano gli appartamenti della zona. A tale riguardo, era addirittura arrivato a tagliare corto con Cesare, alzandosi da un tavolo dove una partita a tre sette lo avrebbe di sicuro visto vincitore e lasciandosi alle spalle un’amicizia cinquantennale ed il Bar Delle Rose. 
 
Poco male, lui aveva da praticare la seconda sacra abitudine che consisteva nell'uscire tutte le mattine alla stessa ora della Signorina ed andare a prendere l’autobus insieme a lei. L’intenzione di Marcovaldo sarebbe stata quella di avvicinarla e di rivolgerle quel grazie sincero che, dal pomeriggio dell’ascensore, gli era rimasto in gola, nella sua gola rugosa e raggrinzita di vecchio che la Signorina aveva decantato, al telefono con Mati, come giovane e tanto gentile. Si ricordava, la Signorina? L’aveva detto lei che nel condominio erano tutti tanto giovani e tanto gentili, se lo ricordava? 
  Tuttavia, non reputando nessun momento quello adatto, l’uomo aveva deciso di aspettarla anche la sera e non sapendo come meglio trascorrere il tempo altro non gli era venuto in mente che fare su e giù con lo stesso autobus, da capolinea a capolinea, dalle sette e trenta del mattino alle diciassette e quindici della sera.

  Il punto era che la cosa gli veniva del tutto naturale, essendo stato lui stesso conducente di autobus per più di quarant'anni della sua esistenza. 

  «Carriera stimata la mia, sa?» soleva raccontare ai giovani autisti che si susseguivano di turno in turno e che lo avevano affettuosamente battezzato “Il Nonno”. «Io e Cesare eravamo i migliori, sempre puntuali, sempre precisi, sempre disponibili con le persone. Perché vede, caro il mio giovanotto, il sorriso, la cordialità, anche solo il saluto, sono fattori fondamentali affinché una linea goda di buona reputazione, capisce?»

  «Eh Nonno, altri tempi i suoi! Oggi la gente è diventata maleducata, arrogante, impaziente… Ci sarebbe da fare a pugni ogni due per tre.» 

  Ma stranamente sugli autobus della tratta che da Centocelle portavano al centro della città si era sparsa la voce che i conducenti erano tipi simpatici e cordiali e che quasi era un piacere prendere l’autobus persino all'ora di punta. 

  Nonostante ciò, il cruccio di Marcovaldo permaneva. «Senta Nonno» gli disse una sera Osvaldo, il conducente più giovane e più affezionato all’anziano ed alla sua causa, «vada dalla tizia e la ringrazi per quello di cui la deve ringraziare»

  La Signorina stava giusto appunto seduta tre posti dietro Marcovaldo, ed il Nonno facendosi coraggio decise di avvicinarsi. 
  Fu in quel momento che la ragazza rispose al cellulare.«Mati! Che sorpresa! Sì, sto bene… Un po’ impicciata, domani trasloco… Già, non potevo più stare in quella topaia, cade a pezzi e nessuno si decide a fare un po’ di manutenzione. E poi tutti quei vecchi che rompono e si lamentano… »

  A Marcovaldo sembrò che l’autobus avesse accelerato di brutto e che il suo cuore risentisse all'improvviso dei tonfi degli ammortizzatori. Non si accorse neppure di quando il mezzo si svuotò lasciando soli lui ed Osvaldo, fermi al capolinea. 

  «Nonno, che vogliamo fare? Non torna a casa?»

  Il vecchio non rispose, gli occhi piccoli e lucidi come quelli di un bambino che ha perso il suo dono più prezioso.

 «Non si abbatta, Nonno. Pensi a me che co’ ste’ femmine di oggi chissà quanto ci dovrò lottare prima di trovare quella giusta! Sa che facciamo? Lei ora si siede al posto di guida ed insieme riportiamo l’autobus in rimessa, le va?»

  Quella sera Cesare sentì strombazzare un autobus proprio davanti al Bar Delle Rose. Si affacciò per vedere cosa stava accadendo e, sorpresa delle sorprese, a sorridergli sdentato dal posto del conducente stava proprio lui, il vecchio caro Marcovaldo. «Cesare! Salta su!... Ci facciamo l’ultimo giro, vecchio lupo! Io e te, proprio io e te, come i vecchi tempi!».

  Era l’imbrunire, ma la vecchiaia ed i grigi palazzoni del quartiere sembrarono finalmente sorridere sereni.

[scrissi questo racconto qualche anno fa, quando, dopo la laurea, andai a vivere per diverso tempo in un condominio più o meno alla periferia di Roma, dove conobbi diversi anziani simpatici e calorosi che mi fecero tanta compagnia e mi diedero tanto coraggio affinché non mi arrendessi nell'arduo tentativo di trovare lavoro. Tra questi c'era Marcovaldo, nome ovviamente d'invenzione,  che mi è rimasto nel cuore come un secondo nonno: per la sua allegria, per la caparbia con cui continuava a fare su e giù sugli autobus di linea non riuscendo ad abituarsi alla condizione di pensionato da ex-conducente, per la positività con cui aveva affrontato e continuava ad affrontare la vita, per i suoi valori e per gli ideali. Il racconto è dedicato a lui, e l'anno in cui lo scrissi venne anche pubblicato cartaceo dopo la partecipazione ad un concorso di narrativa inedita. Oggi, che abito molto lontano da quel condominio ed ho perso da tempo i contatti con Marcovaldo e gli altri amici, sono venuta per caso a conoscenza che il Nonno dell'autobus è venuto a mancare già da un pò: per cui ho rispolverato il racconto per ricordarlo, per porgergli un piccolo omaggio, perché anche se alla fine non ho potuto più abbracciarlo, il suo ricordo rimarrà sempre nel mio cuore, e sopratutto perché una vita vissuta come la sua è una vita giusta, una vita felice che attende la fine come la giusta e serena conclusione, come in fondo lui stesso soleva dire.]




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