domenica 18 settembre 2016

Il Coltello


"Il periodo era nero.
 Impugnò il coltello 
e ne accarezzò la lama affilata. 
Attese un istante, poi lo affondò: 
delicatamente ma con decisione, 
proprio al centro della torta. 
Quel giorno doveva coccolarsi, 
la dieta poteva pure aspettare."

@@@

Il periodo è intenso. Il rientro è stato dei più movimentati ed ha regalato diverse gatte da pelare e nuovi assestamenti da compiere.

Nel mentre che realizzo quale fascia della giornata possa ancora sorridermi concedendosi ad amoreggiare tra il blog e le mie già limitate letture, sono stata nominata da Marco Lazzara per partecipare all'iniziativa mensile della Community Amami più che mai, love poetry.

Il tutto consiste nello scrivere un breve pensiero - compreso entro i 200 caratteri e contenente la parola del mese - da postare successivamente nella sezione aforismi della community, insieme alla menzione di altre due persone che possano proseguire nello stesso modo.

La parola del mese di Settembre è "Delicatamente".

E quello che avete letto è il mio contributo che è venuto fuori camuffato più da mini racconto che da pensiero.

Le "nomination": per forza di cose e non avendo potuto frequentare fino ad ora la community in questione per mancanza di tempo e certamente non di interesse, le mie menzioni cadono su: 

- Patricia Moll, che conosce molto bene l'iniziativa e più volte ne è stata partecipe;
- Giusi Giordano, che ignara e, suppongo, non iscritta alla community... saprà di certo far tesoro dello spunto.

@@@

Se poi il mese di Settembre, così come è arrivato, volesse in via definitiva e delicatamente procedere oltre, ne sarei pure felice.
Nonostante il dilemma che ne sorge sia ben lontano dall'essere delicato: tutto il tempo che desideriamo corra via, infatti, non fugge forse  invano e irrimediabilmente lontano da noi?

Oggi credo proprio che preparerò un dolce, magari una torta.


martedì 6 settembre 2016

Io Ti Aspetto

Le vacanze sono finite. Per tutti, quasi. Non per noi. Noi aspettiamo che tu ci venga a prendere. 

Domani.


Oggi scartavetri le ore come fossero pittura sopra a un vetro. Meticoloso e preciso; inesorabile. Coi minuti appiccicati alle dita come sabbia subito dopo essere usciti dall'acqua: che non va via, e rimbalza da un centimetro all'altro di pelle, subdola. La mente atona, distante della chiacchiere, rintanata negli ultimi ripassi del bagaglio leggero e dei regali annunciati da caricare.

È passato un mese. Qualche giorno in più.

Ma neppure un istante ci ha diviso. La separazione è di chi lascia vuoti colmi di tristezza.

Ti sei svegliato, stamattina, nel silenzio bianco e innaturale della nostra casa. Riposato da una notte disturbata solo dai sogni e dal letto urlante gridolini di spazio. Tanto spazio. Troppo. Per troppe notti.

Hai percorso il corridoio con passo felpato, per non svegliare chi comunque non poteva essere svegliato, e sei approdato in una cucina offesa e straziata: nessun vestito in giro, nessun orsetto, nessuna pila di libri e riviste a sonnecchiare sul divano, nessuna tazza rimasta a vegliare dalla sera prima, nessuna traccia di dolci consumati nel cuore della notte.
Dalla parete io e i bambini ti abbiamo sorriso in un abbraccio immortalato qualche tempo fa. Le mura hanno sospirato insieme a te, di impazienza.

Hai sempre desiderato tutto quest’ordine che adesso ti fa prudere il sistema nervoso, quasi che all'improvviso ci fossi diventato allergico.

Hai preparato la macchinetta del caffè e sei andato in bagno, padrone di un regno che finalmente hai conquistato e che adesso guardi come terra arida, trofeo di una battaglia vinta che non ha il sapore della vittoria.

Sei uscito poco dopo, perfettamente in orario. Il risvolto destro del pantalone infilzato di traverso in una scarpa, il viso sbarbato di fresco, il gilè attrezzato di tutto punto: chiavi, portafoglio, cellulare, sigarette, accendino. Un solo ed unico accendino, perché a te l’accendino ti è amico e non si diverte a nascondersi a destra e a manca con l’amara possibilità di non essere più ritrovato.
A salutarti solo il TIIIIIK dell’antifurto: nessuno ha sgridato quel pantalone dispettoso di cui ti sarai accorto molto più in là, magari quando eri già in ufficio.

Ti sei immerso nel traffico tornato traffico, e tuttavia ti sei sentito felice. Perché Oggi è il giorno prima di Domani; e Domani la Vita tornerà ad essere Vita. 

Domani il letto lieviterà ancora di braccia, gambe, teste e cuscini soffocati da risate, le mattine avranno l'oro in bocca, il disordine di una casa affollata e le ali ai piedi per la corsa alla puntualità, i rientri sapranno di soste al parco e nei supermercati, e le sere porteranno   il sentore di cene sempre nuove ma non sempre riuscite, perché l'esperimento culinario, per quanto scarsa io sia, è una pratica a cui non rinuncerò mai; così come non rinuncerò mai ad Amarti, superando i dossi, le distanze temporanee, la stanchezza della quotidianità e le difficoltà che il cammino di una Vita Insieme comporta. Incessantemente.

Pertanto mi preparo. Mi faccio bella, con la stessa trepidazione che ha accompagnato l'attesa di ogni nostro appuntamento. E sogni i tuoi occhi nei miei occhi. Mi sciolgo nell'intensità del tuo ricordo.

Oggi è passato.

Domani è già qui.

Sbrigati ad arrivare.

Io ti aspetto.

Attesa - di Pino Ramunno

martedì 30 agosto 2016

Joshua Vs Joshua - L'esordio di Massimiliano Riccardi


Chi mi conosce sa che non leggo gialli, thriller, noir e meno che mai horror. E non li leggo non perché non li trovi interessanti, adrenalinici o perché non li abbia mai letti: nella mia trentennale "carriera" di lettrice accanita, di titoli di una certa consistenza ne sono piovuti in dono a decine, e mio malgrado li ho sempre mandati giù; perché a caval donato non si guarda in bocca; soprattutto perché un regalo va sempre onorato con il massimo dell'interesse, specie se si tratta di un libro da leggere.

Io i thriller & co. non li leggo perché non riesco a gestire il carico emozionale e di una certa portata che mi si scatena quando a livello empatico sosto nei pressi di tutto ciò che in qualche modo richiama la sfera della violenza, dell'aggressività e della morte come conseguenza. Che si tratti di serial killer, di soggetti posseduti, di psicopatici o anche solo di assassini occasionali, l'impulso è quello di fuggirmene via a gambe levate, sin dalla prima pagina. 

Joshua, il romanzo di Massimiliano Riccardi, ho scelto di leggerlo di mia iniziativa. A invogliarmi è stata una prima recensione a cura di Patricia Moll, accompagnata per altro da una splendida intervista all’autore che, così, su due piedi, mi ha smosso qualcosa di fortemente positivo: l’immagine di Massimiliano che si presentava autentico, genuino, un ragazzo alla portata di tutti, che non se la tirava neppure un po' nonostante avesse il merito di aver portato a termine un’opera e di aver pubblicato. 

“Lo leggerò” mi ero ripromessa. Ma era trascorso del tempo.

Poi, quest’estate, la svolta: in un raptus che ha bandito romanzi d’amore e letteratura varia, ordino e attendo che Joshua faccia il suo ingresso nella mia vita.

Il libro arriva come un ospite puntuale all’ora convenuta per il pasto. Il primo giorno lo osservo guardinga, timorosa. Lo spulcio e lo rispulcio: la copertina bianca semi rigida, il titolo in rosso, la mano accesa spiaccicata sul davanti che pare voglia dirmi: Alt! Che non è per te. Salvati finché puoi… 

Ripasso una decina di volte la quarta di copertina: “Il male esiste. Esistono gli uomini che lo commettono come ci sono coloro che cercano di fermarlo. Ma tutto ciò che è malvagità è davvero definito e facile da riconoscere?

“No, no… ovviamente no” mi dico. Ma che vorrà mai significare definito, facile da riconoscere?

Quello è l’input

Mi immergo nella lettura e ne vengo fuori appena qualche giorno dopo. Ammutolita, commossa, mutata in qualche modo nelle mie convinzioni. Perché la storia di Joshua non è solo la storia di un killer spietato e vaneggiante. La storia di Joshua è il corpo indivisibile - allargato nei confini di un’etica spezzata che richiama i primordi del male – dal quale nessuno può prescindere. 

La bravura e la maestria di Massimiliano sono indiscutibili: la sua è una scrittura che esula dall'introspezione descrittiva ma che riesce a trasformare la narrazione stessa nella psiche di ciascun personaggio: gli eventi scorrono, incalzano – per la gioia di chi del genere è appassionato – ma la natura di ciascuno si dipana dall'uno all'altro momento, porgendo tessere di un puzzle che mutano i sentimenti, che concedono clemenza ai fatti, che contorcono la mente e le viscere del lettore in un unico grande interrogativo: Dove ha Origine il Male? 

Una narrazione dallo stile moderno e impeccabile che ha l’effetto di una stampa lenticolare; con i protagonisti che si alternano e si accavallano sullo stesso sfondo di opportunità: come se Joshua fosse un po' tutti, come se l’impercettibile seme del male, che alberga indifferentemente in ognuno, sia sempre lì, in attesa del veleno per germogliare. È una lotta costante la sua: Joshua Vs Joshua; e non c’è più distinzione tra il pathos dell’assassino e quello di coloro che incarnano il bene e del lettore stesso: in una corsa sfrenata a ritroso ed all'inseguimento del tempo - che conta, eccome, per la salvezza - siamo tutti a favore e avversi a Joshua.

Una prova degna di uno scrittore acclamato, questa di Riccardi. Di chi scrive ricorrendo alle fibre del sentire e non di certo alla volontà puntigliosa di rincorrere il successo. Perché, per quanto mi riguarda, Joshua esula dal genere e dalle aspettative: ed è un romanzo che va letto al di là dei gusti letterari: per il significato che porta, per la carica di attualità, per la forza intrinseca con la quale smuove gli animi, per le tracce che scava negli occhi e nella mente di chi il libro lo ha concluso ed immancabilmente non è potuto rimanere indifferente.

E’ questione di armonia. Creare qualcosa di durevole e permanente. Singole individualità che si uniscono per un momento. Sì amico mio, un momento, il tempo di un respiro che paradossalmente dura per sempre. Come comporre di getto una musica bellissima, in un attimo. Dove tutte le note e le voci del coro trovano la loro collocazione ideale. A quel punto devi solo proteggere la tua opera. Armonia ragazzo, tutto lì.

E con la stessa fede nel suo armonioso e spiccato talento, non ci rimane che attendere il degno seguito: le carte in regola ci sono tutte: e l'applauso, ad uno scrittore che in maniera tangibile ha saputo scrivere col cuore, è assolutamente grande e meritato.


mercoledì 24 agosto 2016

INSIEME RACCONTIAMO 12 - EDIZIONE SPECIALE 1 ANNO INSIEME - by Myrtilla's House


E siamo al compleanno della strepitosa iniziativa ideata dalla mia amica Patricia e targato Myrtilla's House : Insieme Raccontiamo.
L'evento compie 1 anno, e, per festeggiare, Pat ha indetto un'EDIZIONE SPECIALE: niente regole e tanto CAZZEGGIO.

Per tanto... 

(Incipit)

Su una spiaggia, due uomini sulle loro sdraio, sussurravano. Uno dei due chiese all'altro: - E i due desaparecidos?
-Chi? Il Pg e il Mich? I fantasmi di quel blog.. come si hiama... Fanno le sabbiature – e indicò due cumuli di rena da cui spuntavano solo i piedi ad una estremità e i cavetti collegati a due ipod dall'altra. - ma... shtttt! Che se ci sente....
- Mou belin! Ma vuoi che ci senta fin qua? Mica sa dove siamo..
- Eh...miha sa dove siamo.... Maremma proustiana! Non mi fido. Ha orecchie e occhi dappertutto. Mai fasciassi la testa prima d'avella rotta ma....
- Uhm... c'hai ragione, belin.. Ti ghe ragiun
- E poi tu lo sai... home rompe i hohomeri quella, miha li rompe nessuno
- Speremu!
- Eggià! Un se ne pòle più!
Anche i due cumuli di sabbia ebbero un movimento sussultorio. Pure i desaparecidos tremavano a quella possibilità.
In quel momento, si alzò uno strano vento. Tutto era immobile. Non un granello di sabbia si spostava ma verso di loro avanzò un venticello rovente che fece cadere ai loro piedi un foglietto.
Incuriositi lo presero e lo lessero. Sbiancarono.
C'era scritto 




Terrorizzati si guardarono attorno.
- Nooooooooooooooooooo!!!!! - urlarono all'unisono.
Al loro grido, i due cumuli di sabbia scoppiarono come geyser buttando sabbia a metri d'altezza. 
Il Pg e il Mich furono dritti, bianchicci come latte solo i piedi arrostiti dal sole, in mano piadine e arrosticini.
Guardarono nella direzione indicata dagli altri e videro....

(Il mio finale)


…un treno all'orizzonte; laggiù, stagliato lungo la linea dritta del mare. Lanciava sciuff sciuff su per l’aria arroventata del pomeriggio e veniva avanti a tutta dritta, in direzione della spiaggia. Qualcuno si sbracciava dai finestrini, qualcun altro gesticolava dai tetti dei vagoni in movimento: non poteva che essere un treno vero; ma di che treno si trattasse, i quattro spiaggiati non riuscivano proprio a comprenderlo.


In realtà, era il convoglio dei finalisti, ovvero di quelli che - chi più chi meno - s'era dato alla stesura dei finali di Insieme Raccontiamo durante tutto un anno. 

Era stato difficilissimo mettere insieme i vagoni e farli partire, c'era voluta tutta la Sostanza F di Marco Lazzara. «Andateci piano, andateci piano» aveva mugolato il poveretto durante i preparativi. «Che i tempi sono duri per il mio pusher... Aaah, evadere dalla realtà oggi giorno, che ve lo dico a fare...» 

Ma poi l'avevano messo alla guida del treno e Marco se n'era fatta una ragione: sognava di portare un treno in bulloni e ferraglie sin dai tempi dell'asilo.

Erano partiti dalle lontane terre dell'Ignoto, un pò più giù del mare, un pò più su della Terra di mezzo, passando per l'Est e l'Ovest ed approdando in alto, in alto. Erano riusciti a raccogliere Tutti, e l'unica sosta un po' più lunga l'avevano fatta intorno all'Atollo al largo della costa del Vivere a Regola d'Arte. Lì, avevano buttato il freno ed erano andati a raccogliere Squitty in visita alla fiera dello Stuzzicadentavolo. A stanarla ci avevano mandato Fabiola, Rosalba e Barbara, le comari in grado di farla ragionare; le uniche. 
L'avevano rinvenuta a fare un'intervista ad un tal Dante Dello Stuzzico, il quale era in procinto di spiegare come da tutta una vita sognasse di sostituire i ponti più celebri con delle costruzioni di stuzzicadenti e filo interdentale.

«Lasciatemi» aveva gridato l'infoiata «mi mancano solo trecentosessantadue domande!... Lasciatemiiiiiiii...»

L'avevano trascinata via a forza, tra le urla isteriche e i vani tentativi di mantenere un contatto verbale col Dante. « Dello Stuzzicoooo... che ne pensi di Paratissimaaaa... Ci sarai, si????... Ci vediamo liiiiii...»

Una volta sul treno, Squitty aveva spodestato Marco dalla capitaneria dei vagoni. «Ti pare» aveva detto. «Io sono una e trina: Squitty, Fede e Squittix, tocca a me guidare.» 

E non se n'era più discusso.

Nel frattempo, nell'ultimo vagone, Anna Maria Fabbri non aveva smesso per un solo istante di dare capocciate agli spigoli imbottiti dello scompartimento: la connessione non ne voleva sapere di funzionare e di collegarsi alla sua adorata Sognoteca non se ne parlava neppure a prendere il pc a pedate. «Che stress... che stress...»andava blaterando la sciagurata. 

«Dai... dai...»la consolava Sfinge «appena arriviamo ci mettiamo alla ricerca di un paio d'erbe e facciamo un incantesimo. Ho qui la lista di mia nonna...»
 E si voltava a chiedere l'assenso di Giusi Giordano; che assentiva sempre e con convinzione, muovendo addirittura le gambe ad un ritmo del tutto personale e senza smettere di lavorare ai ferri. Nessuno si era accorto che, nel prelevarla semplicemente dal divano di casa, aveva mantenuto gli auricolari dell'iPod nelle orecchie e se la ballava a tutto spiano come di consueto mentre confezionava quindici sciarpe e dieci coperte con ricami vari. Solo una volta, intento a passare da quelle parti, Tomaso - che finalista in senso stretto non era ma che era stato caricato in mezzo agli altri in quanto seguace fedele dell'evento - aveva chiesto:

«Ma dove andiamo di preciso... ?»

e la Giusi, illuminata dal fato, s'era lanciata oltre che nelle danze, pure in un'intonazione appassionata di:

«Volerei da te da Milano fino ad Hong Kong
Passando per Londra, da Roma fino a Bangkok...»

«Ma che sei matta, io voglio andare in Africa» aveva puntualizzato Verbena C, facendo capolino.

«Ed io voglio tornare nel bosco dei miei cinque anni» aveva strillato Lorenza Marengo dallo scompartimento vicino.

Tomaso era rimasto brevemente perplesso, ma non aveva assolutamente dubitato. «Ed io vi seguirò con il massimo dell'affetto, con un abbraccio ed un sorriso» aveva proclamato, serio. Poi però in quel vagone non c'era più tornato. ‘Si sa mai.

Anche Vincenzo Iacoponi aveva voluto cambiare posto. S’era fatto convinto che sullo stesso treno, proprio dirimpetto a lui, sostassero Gigliola e Massimo, i due che avevano fatto crollare a pezzi l’autostima dell’amico Gianni, e che per solidarietà lui non volesse vederli. 

«Ma no… ma no…» aveva cercato di convincerlo Marina Guarneri «il tipo là non è Massimo, osserva che sguardo dritto, che occhi magnetici, profondi come la notte, grandi e scuri… Non ti mettono i brividi addosso…? Non avverti la sensazione di cadere in trance…?»

«Non diciamo sciocchezze» s’era intromessa Mariella «quello è il Barone del castello… Finalmente l’ho trovato… Ma perché viaggia senza figli…?»

«A me sembrano i due gemelli che si son ritrovati» aveva sentenziato Marina Zanotta «se andiamo a guardare nello zainetto avranno pure i famosi tre cristalli…»

«Se vuoi li facciamo seppellire tutte e due» aveva concluso iara R.M., con tono sbrigativo «dieci anni, nessuno li cercherà più e tu potrai piangere di gioia…»

Nel dubbio, Iacoponi aveva preferito piazzarsi altrove. Adesso sedeva accanto a Fiordicollina che dopo la visita alla torre con le bifore soffriva di manie di persecuzioni e doveva stare lontana da qualsiasi oggetto polveroso.

«L’importante è che non ignori l’istinto e che ti dirigi sempre nella direzione opposta… altrimenti finisci per giungere all'ultimo appuntamento della tua vita… Hai capito?» la redarguiva Cristiana 2011.

«Si, si…» assentiva Sinforosa C « basterà allungare il passo e poi correre e correre… finché una voce non uscirà da chissà dove, rassicurandoti e tendendoti la mano…»

L’unica che gongolava in silenzio, godendosi il paesaggio e la compagnia, era Glò. Aveva saputo per tempo dove fossero andati ad insabbiarsi i due Compari e dunque premeva per arrivare in fretta: li avrebbe afferrati tutte e due per le orecchie e li avrebbe riportati a casa: altro che zufoli e ciance, le mani le prudevano dalla gioia.


Dal tetto finalmente qualcuno gridò: «Teeeerraaaaaaaaaaaaa…»

Era Serena, che, insieme all'inseparabile Carà Malù, aveva smesso di galoppare avanti e indietro tentando di vendere a tutto il mondo quella sua pozione contro i peli superflui, “Glabre e Contente”. Tanto ci aveva provato, che alla Francesca de LaFenicerinascedase era partito l’embolo ed aveva preso ad aizzarle contro Il Lupo. Che fare? Fuggire o attaccare? Il lupo non ci aveva pensato neppure... l'istinto aveva già deciso; da troppo tempo non si faceva ululalmente sentire.

Quando fu tempo di attraccare, svegliarono Poiana. La poverina aveva sofferto per tutta l’estate della reattività di un bradipo e quasi aveva finito per non accorgersi d’essere stata a sua volta intrenata.

Dalla spiaggia Cinque Sagome osservavano come istupidite.

«Pensavi tu d’essertela cavata festeggiando l’anno con i tuoi quattro maschioni…» mormorò la tipa che per l’intero viaggio se n’era rimasta appollaiata sulla ciminiera del treno. «E invece… Scendeeeeeteeeeeee… siamo arrivaaaaaatiiiiiiii!»

(n.b. questo finale è dedicato e liberamente ispirato a tutti i "finalisti" che ho principalmente incrociato durante l'intero anno di Insieme Raccontiamo. I riferimenti ai finali di ciascuno sono tratti dalla 10 e dall'11 puntata dell'iniziativa.)





sabato 13 agosto 2016

COSEDIVACANZA #8

Sua Maestà l'Arancino-tto... 
et voilà, Buon Ferragosto!

Chi non conosce o non ha mai mangiato, almeno una volta nella vita, il famoso arancino siculo - o arancina, se siete stati a Palermo - ?

In entrambi i casi, questo post fa per voi.

Perché oggi, desiderosa di augurare a Tutti Voi un Buon Ferragosto ed un buon inizio o proseguimento di vacanza, ho deciso di farvi un grosso regalo, uno di quelli che vanno presi al volo, anzi, al piatto.

Potevo, io, trovandomi in Terra del Sud, esimermi dal piazzarmi ai fornelli e spadellare un vassoio carico carico di succulenti arancini?

Ovviamente, no. L’arancino è sacro; e se lo compri in rosticceria non lo hai onorato a dovere.

Per chi fosse proprio digiuno dell’argomento: l’arancino è quella sorta di palla di riso, di forma sferica o conica, molto aromatizzato e dai ripieni vari; anche se, tradizionalmente, per la farcitura si ricorre ad uno speciale ragù arricchito dal caciocavallo e dai dadini di mortadella.

Sulle origini non ne so molto. Per quanto mi riguarda, l’arancino risale alla mia infanzia, le zie tutte si riunivano il giorno prima della partenza per una gita e ne confezionavano a decine; veloci, con le dita infilate nel giallo del riso allo di zafferano e nel rosso del ragù, e ai lati paioli di olio bollente dove farli annegare. Il giorno dopo si andava nel luogo designato che sapevamo tutti di fritto, ma con le bocche unte di gioia.

Per chi volesse apprendere qualcosina in più, il web pullula di notizie ed informazioni. Lo stesso Wikipedia riporta:

Le origini dell'arancino sono molto discusse. Essendo un prodotto popolare risulta difficile trovare un riferimento di qualche tipo su fonti storiche che possano chiarire con esattezza quali le origini e quali i processi che hanno portato al prodotto odierno con tutte le sue varianti.

In assenza di fonti specifiche, quindi, alcuni autori si sono cimentati nell'immaginarne le origini a partire dall'analisi degli ingredienti che costituiscono la pietanza. Così, per via della presenza costante dello zafferano, se ne è supposta una origine alto-medioevale, in particolare legato al periodo della dominazione musulmana, epoca in cui sarebbe stato introdotto nell'isola l'usanza di consumare riso e zafferano condito con erbe e carne. L'invenzione della panatura nella tradizione a sua volta viene spesso fatta risalire alla corte di Federico II di Svevia, quando si cercava un modo per recare con sé la pietanza in viaggi e battute di caccia. La panatura croccante, infatti, avrebbe assicurato un'ottima conservazione del riso e del condimento, oltre ad una migliore trasportabilità. Si è supposto che, inizialmente, l'arancino si sia caratterizzato come cibo da asporto, possibilmente anche per il lavoro in campagna”.

Tuttavia, datemi ascolto: prima mangiatelo l’arancino; a pancia piena si ricerca meglio.

Ma andiamo al sodo, anzi alla ricetta. Perché quella che vi presento è per l’appunto la ricetta tradizionale, o comunque quella che si avvicina il più possibile alla tradizione, con qualche accorgimento ed agevolazione moderna.

Per la preparazione di circa 10 arancini:

Il ragù

- 120 grammi di tritato di suino;

- 120 grammi di tritato di bovino;

- ½ cipolla;

- ½ carota;

- 1 foglia di alloro;

- Un po' più di una manciata di piselli surgelati finissimi;

- ½ bottiglia di salsa di pomodoro;


Il riso

- 1/5 Kg di riso qualità Roma 
(io uso lo Scotti, dai vari esperimenti è risultato il migliore);

- 1,1 litri di acqua;

- 60 grammi di burro;

- 10 grammi di sale;

- 10 grammi di dado;

- 1 bustina di zafferano;


Aggiunta alla farcitura

- 1 fetta spessa di caciocavallo;

- 1 fetta spessa di mortadella;


L’impanatura

- 1 tazza di farina:

- 1 uovo;

- Pangrattato quanto basta;



1 – Iniziate a fare il ragù:

Fate andare in una pentola un soffritto di carota e cipolla (per chi lo desidera si può anche aggiungere del sedano). 
Aggiungete entrambe le qualità di tritato e fate rosolare; alzate la fiamma e sfumate con un po' di vino (possibilmente bianco). 
Buttate dentro i piselli, la mezza bottiglia di salsa, un bicchiere d’acqua tiepida, aggiustate di sale e poco pepe, mescolate ed aspettate che il tutto arrivi al punto di bollore. 
Abbassate dunque la fiamma, aggiungete la foglia d’alloro, coprite a metà e lasciate che il ragù cuocia a fuoco lentissimo: ci vorranno minimo un paio d’ore, ed il tutto dovrà risultare abbastanza compatto.


2 – Mentre il ragù veste il suo abito migliore, dedicatevi al riso:

In una pentola assolutamente capiente mettete l’acqua nella quantità indicata negli ingredienti, aggiungete lo zafferano, il sale ed il burro. Aspettate che l’acqua bolla e che il burro si sia sciolto, quindi versate il riso, mescolate ed aspettate che riprenda a bollire. Abbassate la fiamma, mescolate ancora una volta e lasciate che l’acqua si asciughi completamente: solo a quel punto allargate il riso pronto su un piatto da portata largo o dentro ad una pirofila utile allo scopo.





3 – In attesa che il riso si intiepidisca e che il ragù si sia cotto:

Tagliuzzate a dadini il caciocavallo e la mortadella e preparate infine una pastella leggera con acqua, farina e un uovo. 
In un recipiente a parte, approntate anche il pangrattato che servirà ad impanare l’arancino dopo averlo passato nella pastella.

4 – Siete pronti per preparare gli arancini:

Ora, io sarò anche cresciuta in un mondo dove le donne della vecchia generazione possiedono mani che al bisogno si trasformano in un perfetto stampo per arancini, ma la mia manualità è del tutto fuori portata alla necessità del caso. Fortunatamente, dove non arrivo io, ci mette puntualmente lo zampino mio marito: date ad un uomo una carta di credito e lo shopping on line, e vi porterà in dono la luna (tramite corriere, ovvio). 
A me ha fatto arrivare l’Arancinotto Pro.: che avrà pure ben poco di romantico, ma grazie al quale sono in grado di sfornare arancini che sono un autentico capolavoro.

L’Arancinotto è di facile utilizzo: lo si riempie fino all’orlo di riso, lo si stantuffa al centro con l’apposito arnese, con l’aiuto di un cucchiaino si farcisce il cratere con il ragù, qualche dadino di mortadella e di caciocavallo, lo si chiude con un’altra manciatina di riso… ed ecco che l’arancino è pronto per essere sformato, pastellato, impanato ed infine fritto.












La frittura è importante che avvenga in una pentola alta, in modo che l’arancino ci possa annegare dentro; e per una buona riuscita è fondamentale che l’olio - io friggo in olio di girasoli - sia a temperatura.

È naturale che la farcitura può essere di vario genere: prosciutto, melanzane, spinaci, noci… tocca solo scatenare la fantasia e ricordarsi sempre che in mancanza del ragù bisogna sopperire con della besciamella.

Qui sotto, i miei ingredienti per la realizzazione dell'arancino alla norma: besciamella, sughetto con le melanzane precedentemente fritte, ricotta infornata.







Il risultato è garantito!


Auguro di cuore a ciascuno un Buon Ferragosto, di gioia e di serenità. 
Io ed il blog andiamo in pausa per un po’: giusto il tempo di goderci qualche giorno di sano relax… e qualche arancino DOC.



domenica 7 agosto 2016

COSEDIVACANZA #7

MONTAGNINA

 Correva l’anno 1936, era il mese di ottobre e Concettina tornava dai campi. Camminava stretta alle compagne; l'andatura lenta, la figura eretta, la testa dritta sotto il carico della cannistra(1) piena: per la strada s’erano spartite patate e borragine, la cena di quella sera. 
I tempi non erano buoni, ma la fame non la pativano; dopo la fine della guerra, la terra era tornata a fruttare.

 In paese gli uomini dicevano che i fascisti sarebbero stati la salvezza, che avrebbero tolto le terre ai padroni per darle ai poveri, che anche il meridione sarebbe stato Italia. Ma lo Sposo la redarguiva. - Concetta, favole sono… Ai poveri promettono il mondo e poi li mandano a morire in guerra… - . 
E le mostrava il braccio, quel suo braccio offeso che non poteva più muovere; trofeo, insieme ad una medaglia al valore, per avere difeso la Madre Patria.

 Nella curva, prima che iniziassero le case, le donne si erano fermate a pregare davanti al piccolo altare eretto in onore della Madonna della Montagna. In quel periodo, i più fortunati partivano a piedi per il pellegrinaggio al santuario di Polsi, fin nel cuore dell’Aspromonte, in una piccola frazione del comune di San Luca(2). Ma Concettina, troppe gatte aveva da pelare per riuscire a mettere in mezzo pure la visita alla Madre di Dio.

- Madonnuzza mia dâ Muntagna -, andava, per tanto, mormorando, - il cuore vostro è a conoscenza di quanto a me piacerebbe trovarmi al vostro cospetto, ma il padrone non vuole che manchiamo, neppure per un giorno... E ho i bambini, sei ne ho vivi, tre se li è presi il Signore e dormono tra le braccia vostre... Ed ho lo Sposo, ah, quello Sposo mio, con quel braccio fermo e quegli incontri strani col partito, di notte… Proteggeteli, Madonnina Santa, mandatemi un conforto, una benedizione, una cura per le sofferenze dell’amato… -.

Ed in quel preciso istante, in quell'atto di mormorare, una spintonata al ventre l’aveva fatta sobbalzare di stupore. La Madonna della Montagna aveva risposto alla sua preghiera.

 Così, quando a marzo dell’anno dopo la bambina venne alla luce, rotonda e rosea come il colore dei petali che si lanciano in chiesa, e si cercò il nome da darle, Concetta non ebbe dubbi né tentennamenti - Si chiamerà Montagna, come la Madonna che ce l’ha mandata -, annunciò. Nessuno ebbe da ridire. Solo lo Sposo, durante la tenera infanzia, si permise di addolcire il nome dell’adorata figlia in Montagnina. E Montagnina rimase, per tutti. Sempre.

 Gli anni della seconda guerra mondiale, furono devastanti. La fame tornò a tormentare le bocche. Le cuzzupe(3), avvolte nelle foglie di fico e cotte sulle pietre roventi, presero nuovamente il posto del pane. I bombardamenti distrussero buona parte dei centri abitati. Le case vennero abbandonate a favore dei boschi.

 Dei fratelli e delle sorelle, Montagnina era la più sveglia: coraggiosa e indomita come il padre, instancabile come la madre.
Lo zio Angelo in mezzo ai compagni, di ritorno dal fronte - 1945
All'annuncio della fine della guerra, il più grande dei fratelli la portò con sé, in avanscoperta dell’antica casa. Fu in quella occasione che due soldati si avvicinarono, le mani tese a porgere loro delle tavolette di cioccolato. Parlavano ‘mericano.

- Bambini prende prende… It’s good… It’s good... - . 

Il fratello scappò via, a gambe levate; ma lei, con il cuore che le martellava nelle tempie e le gambe che la reggevano a stento, guardò gli uomini dritto negli occhi, allungò la mano e per la prima volta, nella sua giovane vita, si riempì il palato e l'anima del più sublime dei piaceri: un piacere a cui non avrebbe mai più rinunciato. 

 In un tempo e in un luogo lontani da quel giorno, in visita alla sua amata nipote, nella Capitale, su un autobus che dal Vaticano portava alla stazione Termini, Montagnina avrebbe tirato fuori dalla borsa una confezione di barrette Kinder, di cui era sempre provvista, e l’avrebbe regalata a tutti i costi ad una coppia di bambini scandinavi, nonostante il diniego dei genitori.
- Voi, bambini americani, prendete, prendete, cioccolato… buono… -, avrebbe detto con le lacrime agli occhi.
A nulla sarebbe valso il tentativo della nipote di convincerla che non si trattava di bambini americani e men che mai bisognosi di cioccolato. Lei sarebbe scesa dal bus felice e soddisfatta: un debito era stato saldato.

Montagnina e le sorelle in un giorno di festa,
negli anni successivi alla guerra
 Il periodo successivo alla guerra, portò in eredità fatica e sudore. Ci fu bisogno di rimboccarsi le maniche, il paese era da ricostruire e la famiglia s'era allargata; erano venute al mondo altre due sorelle. Montagnina non era più la minore, e quando si dovette decidere se mandarla o meno a scuola, se non altro per farle imparare a mettere la firma, lei scelse il campo e la volontà di aiutare i genitori. Era una gran lavoratrice, con un sorriso giocondo stampato sulla faccia diafana, cosa se ne sarebbe dovuta fare del leggere e dello scrivere?

 Montagnina - 1955

 Salvatore - 1954
In un campo di ulivi, la trovò Sarvaturi u'punteri(4); lei aveva diciotto anni, lui era già trentenne. 

Bello e lavoratore, Salvatore, ambito da tutte perché dirigeva i frantoi dei possidenti della zona ed il salario era dei migliori.

 Lo dissero al Padre. Le malelingue andarono e dissero che Montagnina e u'Punteri, seppur da lontano, si sbirciavano nei campi. 

Il Padre aspettò che Salvatore si presentasse alla suo porta; e quando il giovane lo fece, solenne e sovrano della tavola che aveva imbandito col vino migliore, disse che quell'unione non poteva essere, perché lui, u'Punteri, era più grande di Montagnina di ben dodici anni, e dunque troppo presto sarebbe morto lasciando la sua pupilla da sola. Se voleva, poteva scegliere un'altra delle sue figlie più grandi, magari Mela, che sapeva anche leggere e scrivere.

La zia Cummari - Tutrice di Nonno Salvatore
Dal canto suo, Salvatore era orfano. Era stato cresciuto da una zia e dalla figlia nubile di questa; ed anche le due donne avevano espresso il loro diniego. Montagnina non portava in dote la casa, non era un buon partito, non sarebbe stato un buon matrimonio.

Di tutta la faccenda, la zia fece spedire una lettera in Argentina, al fratello emigrato di Salvatore; nutriva la speranza che Peppino sarebbe riuscito a far desistere il fratello da quella malanova.

La risposta ci impiegò due mesi ad arrivare, ma quando giunse, venne letta alla presenza di quasi l’intero vicinato, raccolto intorno all'unico braciere per ripararsi dal freddo.
Zio Peppino - Foto dall'Argentina - 1957




“Vi dico che qualunque moglie abbia a scegliere mio fratello, per me sarà come trovarmi di petto alla regina di Inghilterra.” 

Così scrisse Peppino, e tutti annuirono, come se il pensiero generale fosse stato sempre quello. 


Carnevale 1957 -
Salvatore travestito da diplomatico
La domenica di carnevale, con indosso un costume da diplomatico, Salvatore portò i confetti a Montagnina; un cesto stracolmo di confetti, come usavano gli innamorati quando pensavano che il loro amore fosse cosa seria, e, nel lasciarglieli, si chinò a sfiorarle le labbra con le labbra, in quel primo bacio che avrebbe suggellato una vita intera.

16 Aprile 1957 - Il Padre accompagna Montagnina all'altare 
16 Aprile 1957 - Montagnina e Salvatore sposi
 La prima cosa che fece Salvatore, una volta sposati, fu quella di dare fondo a tutti i risparmi e di comprare una casa. La comprò nel centro del paese, vicino ai giardini pubblici, e la fece intestare a Montagnina. Andarono dal notaio e lei, emozionata, firmò con la croce accanto al nome dei due testimoni.
 Poi, Salvatore portò la giovane moglie dall'anziana zia. 

- Ecco, adesso mia moglie porta in dote una casa... Potete accettarla - . 

Era il 1957, l'anno in cui l'Italia conobbe Carosello, lo stesso anno nel quale sei paesi europei avrebbero firmato il Trattato di Roma istituendo la Comunità Economica Europea.

Salvatore durante il turno di notte al frantoio - 1958
Durante la notte del 4 Novembre dell’anno dopo, Montagnina fu svegliata dalle contrazioni. Si corse a chiamare Salvatore, che era di turno al frantoio, e si fece eccezionalmente venire la levatrice. La pancia della ragazza era troppo cresciuta negli ultimi mesi, e le donne di casa, che sempre avevano fatto nascere i bambini, temevano che un maleficio avesse messo in grembo alla giovane una creatura mostruosa e smisurata e che per tanto loro non sarebbero state in grado di salvarla da morte certa.

Quando il primo vagito spazzò l’aria cheta del pomeriggio e fu mostrata una neonata graziosa ed addirittura minuta, tutti sospirarono di sollievo. 
Montagnina tuttavia non smise di gemere, non era vero quello che le avevano raccontato, i dolori continuavano anche dopo che la creatura era venuta al mondo, la sofferenza non cessava.

- Forza gioiuzza, n’autru sforzu… Un altro figlio c’è… -. 

E sotto le incitazioni della levatrice, Montagnina divenne madre per ben due volte nello stesso giorno.

Salvatore si strinse al petto il maschietto e la femminuccia e pianse tutte le lacrime di gioia che un padre poteva piangere. Poi, fece montare dei tavolacci lungo la strada davanti casa ed offrì da mangiare a tutti, tutti coloro che volevano fermarsi e festeggiare la sua famiglia benedetta dall'arrivo di due gemelli.

Esattamente cinquantaquattro anni dopo, in un piccolo ospedale della provincia romana, pressappoco alla stessa ora in cui erano diventati genitori, Salvatore e Montagnina sarebbero per la prima volta diventati bisnonni di un piccolo Gnomo: perché la vita è strana e ciclica, e le date a volte si trasformano in un marchio.

Salvatore (al centro) durante una delle tante schiticchiate in onore dei gemelli -1958
Montagnina e i gemelli davanti casa - 1959

 Di figli ne arrivarono altri due. L’ultima morì poco dopo essere venuta alla luce. La seppellirono con tutti gli onori, i pianti e le preghiere e fecero voto di non concepirne più, a patto che alla piccola fosse stato assicurato il paradiso e fosse potuta crescere in grazia e virtù nell'alto dei cieli.

 Verso la fine degli anni sessanta, Salvatore guardò a lungo la sua bicicletta parcheggiata davanti la porta di casa e realizzò l’impensabile, almeno per l’epoca: Montagnina avrebbe preso la patente.
La moglie protestò sentitamente. Cosa avrebbe pensato la gente di una donna al volante, specie se il marito non guidava? E come avrebbe mai potuto prendere la patente se era analfabeta?

Venne smorzato ogni timore. Tutte le sere, al ritorno dei genitori dai campi, i gemelli aiutarono la madre a studiare i segnali stradali e le teorie di guida. Non molto tempo dopo, Montagnina prese a scorrazzare in lungo e in largo sul suo primo pulmino fiat 750; Salvatore, il suo adorato sposo, sempre al suo fianco.

 I miei nonni li ricordo così, in partenza la mattina presto sul pulmino per andare a curare i campi di ulivi. Nonna alla guida e nonno al lato del passeggero: insieme, instancabili, affettuosi, affiatati. Un’analfabeta ed un contadino che sono tuttavia riusciti a costruire il loro “impero”, di amore e di terra.

Ed anche quando nonno Salvatore è venuto a mancare, nonna Montagnina non si è mai arresa. Come il nome che porta, è rimasta la roccia dalla quale tutti noi continuiamo ad affacciarci alla vita.

 In questi giorni d'estate che trascorro con lei, con tenerezza la osservo giocare con i miei figli. E’ quasi cieca a causa del diabete, ma non ha perso il sorriso e la grinta. Ogni tanto infila una mano in tasca e tira fuori un po' di cioccolato. Mamma la rimprovera. Lei sospira di gioia ed accarezza i bambini.

- Sarvaturi, me lo dicevi sempre che sarei vissuta tanto e per vedere tanta bellezza -, dice. 

Sorride ancora e alla fine aggiunge, con la saggezza di chi la vita l'ha amata veramente:

- U’ tempu è u’ veru patruni di li cosi - .

Agosto 2016
Nonna Montagnina e Nonno Salvatore


Questo post partecipa 
alla raccolta di Agosto di #pilloleistantanee





(1) Cannistra =  cesta di considerevoli dimensioni che le donna usavano per trasportare i carichi più pesanti e che tenevano in bilico in testa grazie ad un supporto di stoffa detto “corona”.
 (2) Il Santuario di Polsi è ancora esistente e meta di numerosi e cospicui pellegrinaggi da parte di tutta la gente del sud. E' sempre rinomato come il Santuario della Madonna della Montagna.
(3) Cuzzupa = Un simil pane prodotto con un impasto di acqua e mais triturato grossolanamente, cotto all'interno di foglie di fico o cavolo sopra delle pietre incandescenti. 
(4) Nel dialetto della provincia de Reggio Calabria, u'Punteri era colui che dirigeva uno o più frantoi della zona, controllando e smistando la produzione di olio. Il grado, per così dire, manageriale, non lo esentava dai lavori manuali e faticosi.
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